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Storia del Museo Nel 1895 il Consiglio Comunale di Pescara concedeva a Basilio Cascella un terreno in fondo a destra di via delle Acacie a condizione che l'artista provvedesse ad erigervi uno stabilimento artistico di pittura, litografia ed arti affini. Nacque in tal modo tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 una specie di scuola d'arte che valse a richiamare un gran numero di giovani artisti che, attratti ed affascinati dall'arte del Maestro accorrevano in quella che ormai era diventata una fucina, alla quale essi intendevano forgiare il loro talento artistico. Intorno a questo nucleo iniziale si andò formando via via un circolo letterario al quale parteciparono, attraverso anche le riviste l'Illustrazione Abruzzese, l'Illustrazione Meridionale e La Grande Illustrazione, artisti divenuti di fama nazionale ed internazionale, quali D'Annunzio, Pirandello, Grazia Deledda, Ada Negri, Guido Gozzano, Umberto Saba, Salvatore Di Giacomo, Beltramelli, Vincenzo Bucci, Antonio De Nino, Marrone, Luigi Antonelli, Cerasoli, Gennaro Finamore, Marino Moretti, Clemente Rebora, Arturo Onofri, Corrado Govoni, Federigo Tozzi, Goffredo Bellonci, F.T. Marinetti, Sibilla Aleramo, Amalia Guglielmetti, Giovanni Pascoli, Matilde Serao, Salvator Gotta ecc. La donazione fatta nel 1966 dagli eredi di Basilio Cascella di questo laboratorio artistico e trasformato successivamente dal Comune di Pescara in Museo Civico "B. Cascella", permette oggi di prendere visione e consapevolezza di quasi ottanta anni di operosità condotta entro queste mura. Le opere presenti sono oltre 500 ed appartengono un po' a tutte le generazioni artistiche della famiglia Cascella. La maggior parte sono di Basilio, le altre dei figli Tommaso, Michele, Gioacchino e dei nipoti (figli di Tommaso) Andrea e Pietro, scultori di fama internazionale, ma legati anche essi, per le radici, a questa "casa" di Pescara. Il Museo è suddiviso in 10 sale. All'interno, oltre a pregevoli mobili ed in particolare ad una culla di legno dove vi hanno dormito sonni infantili tre generazioni dei Cascella, sicché può ben essere il simbolo della origine della dinastia, si possono ammirare litografie, tele, vasi, piatti, ceramiche, disegni, pastelli, bozzetti e sculture di tutti e sei i Cascella. Vi sono inoltre cartoline illustrate, cartoni di opere, a volte non ultimate, etichette, frammenti, preziosissime e rarissime pietre litografiche che servirono per le celebri incisioni, i numeri dell'Illustrazione Abruzzese, della Grande Illustrazione, della Divina Commedia, ecc.. Quella di Basilio era una famiglia numerosa: oltre che dal padre e da due sorelle nubili, era composta dalla moglie, da tre figli maschi, Tommaso, Michele e Gioacchino, e da quattro figlie femmine, Maria, Serafina, Clorinda e Noemi. Abitavano all'interno dello stabilimento in un disordine simpatico e capriccioso: inchiodati ai muri, per terra, sui mobili, in ogni angolo, abbozzi, quadri, mattonelle, piatti, vasi in ceramica buoni, rotti o mal riusciti, cavalletti, tavolozze e colori. "Entra e Adora" si leggeva sulla porta dello stabilimento di Basilio, dove i rulli passavano sulla pietra, le ruote giravano ai torchi e Don Ferdinando Giordano tornava a reclamare ancora altre serie di cartoline e Basilio prometteva, prometteva sempre, mentre era preso dall'entusiasmo per iniziare la pubblicazione dell'Illustrazione Abruzzese, tra il fumo e i mozziconi di sigarette, lÃodore dell'acqua ragia, quella sua voce che colmava abbondantemente tutto il laboratorio, il grande quadro "Il bagno della pastora" che non era mai finito, le stampe cinesi attaccate ai vetri. Basilio Cascella fu un artista che non ebbe maestri. Si sarà certamente giovato dei consigli e dell'incoraggiamento dei vari artisti dell'epoca coi quali ebbe amichevoli rapporti; ma ciò che egli fece, ciò che egli fu lo dovette soltanto a se stesso: al sentimento dell'arte vera che aveva nel sangue e nell'animo. L'Abruzzo era al centro dell'arte sua; tutte le sue opere portano i segni inconfondibili di un'ispirazione abruzzese, le sue figure più significative recano nitidi i lineamenti della razza abruzzese, sana, feconda, robusta, lavoratrice, prospera; infinite sono le sue tele dove si scorge chiara la nostalgia per i suoi monti, per il suo mare, per le sue valli, per i suoi campi, per la sua gente. Gli uomini e le donne, i bimbi e i vecchi, i casolari e le cascine, le allegorie, le scene agresti recano vibranti la intonazione abruzzese. La sua Addolorata piange con sette spade e col bel materno corruccio di sopracciglio sui letti di tutte le case campestri d'Abruzzo; i suoi pastori zufolano in canneti, su rive di fiumi, che son sempre un fiume: il Pescara. Le sue fantasie d'artista gliele ispirava l'Abruzzo nativo, del quale egli si era fatto un'immagine romantica e pastorale: lo popolava di pecorai e di greggi, e tra le forre dei monti, tra gli scogli del lido, nel folto dei boschi, dovunque ci vedeva spiriti aerei, ninfe, satiri, putti e suonatori di zampogna. Sullo sfondo del paesaggio natio balzano vivissimi profili di donne gagliarde, figure di pastori sognanti, greggi che vanno seguendo la via segnata dai secoli. E intanto gli crescevano i figli, malati, come lui, della divina malattia dell'arte. Tommaso, Michele, Gioacchino, tutti assai noti, che ne avrebbero continuato il nome assieme ai nipoti Pietro ed Andrea. Michele, sognatore, delicato, mistico, che sapeva ritrarre con delicatezza di pennello e di tinte, i fiori azzurri di un gran prato verde: egli sentiva il fremito degli steli al venticello di marzo; gli alberi fioriti nelle tenui tinte autunnali; nel tiepido e pallido sole di febbraio, ritraeva con una poesia delicatissima le sfumature primaverili, commuoveva con i suoi chiari di luna con le mille voci soffuse che egli sapeva ritrarre dalla collina, dal fiume, dal mare, al mattino, alla sera. Era il poeta della soavità, dell'elegia. Tommaso invece era più rude; lo attraevano le rovine delle tempeste, i geli che intirizziscono, il sole che arde e brucia, le scene della natura selvaggia e violenta. Tutta la gamma meravigliosa del loro azzurro; dalle sfumature del colore, di linee mirabilmente morbide e soavi che ritraeva il pennello di Michele, alle ciclopiche ferite nelle viscere della Maiella, tramonti di fuoco che sembrano perfino inverosimili, ai colori smaglianti nelle vele delle paranze, lì sull'Adriatico, lontane e strette nel breve porto del Pescara di Tommaso. |
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