Regia Chiesa di San Cetteo
Progetto di completamento (part.).
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

... "l'umile costruzione sta quasi come un monumento della Patria, ha quasi in sé la santità delle cose antiche e dà agli estranei indizio di genti che ancora vivono in una semplicità primordiale" ...

da "La Guerra del Ponte" in "Le novelle della Pescara"

 

 

Nel racconto La Vergine Orsola - del 1884 - Gabriele d'Annunzio rievoca con straordinaria efficacia l'atmosfera invernale di piazza Garibaldi: "Un vivo baglior bianco si rifrangeva dalla neve coprente i cornicioni e i capitelli corintii dell'Arco di Portanuova: il fiore cristallino dei ghiaccioli scintillava d'iridi all'altezza della stanza. Dal suo letto Orsola vedeva la sommità dell'Arco di Portanuova, i mattoni rossicci tra cui crescevano l'erbe, i capitelli sgretolati dove le rondini avrebbero appeso i nidi. Le viole di Sant'Anna nelle screpolature del fastigio non anche fiorivano". L'Arco di Portanuova altro non era che il rudere della non finita chiesa di S. Cetteo. Nella facciata un grande arco a tutto sesto sormontato da un timpano triangolare e da un fastigio incompiuto era affiancato da due coppie di lesene toscane. All'interno l'edificio, a pianta circolare, aveva imponenti semicolonne di ordine corinzio.

La chiesa chiudeva la piazza a meridione. Un narratore degli eventi pescaresi nel periodo post-unitario, Garibaldo Bucco, così scriveva nel 1902: "La Città Nuova s'aperse dov'era una moderna chiesa rotonda senza consacrazione incompiuta a sud della Vecchia Città e sul rettifilo della Via de' Bastioni: di lì ruppero i picconi e schiantarono le mine pocoltre il 1870". Infatti nel 1871 fu abbattuta la grande cappella che stava di fronte all'entrata in posizione absidale, per consentire l'uscita sul Corso da poco tracciato e che avrebbe costituito l'asse dell'espansione della città verso mezzogiorno. Il varco fu detto Porta Nuova. La demolizione della chiesa sarebbe stata continuata nel 1892 con l'abbattimento dello spesso muro cilindrico perimetrale e completata nel 1902 con lo smantellamento del "cappellone" orientale e della torre dell'orologio ad esso prossima. Sarebbero rimaste in piedi per un trentennio la chiesa a due navate avente orientamento nord-sud e situata a oriente dell'altra e la torre campanaria che sorgeva a destra della sua facciata.

La costruzione della chiesa con pianta a croce greca era stata intrapresa nel 1789 con l'intento di rinnovare il fabbricato esistente da epoca assai remota già intitolato alla S. Gerusalemme e successivamente dedicato a S. Cetteo. I lavori erano stati sospesi nel 1798 a causa della guerra tra il governo borbonico e la Repubblica Partenopea, terminata nel 1799 con il martirio di Gabriele Manthonè ed Ettore Carafa e l'edificio era rimasto privo di copertura e incompiuto in molte sue parti.

Un progetto per il suo completamento, redatto nel 1837 e firmato dall'Ufficiale del Genio Albino Mayo, non era mai stato realizzato perchè i prezzi della stima erano giudicati bassi e nessun imprenditore era disposto ad eseguire l'opera a quelle condizioni. Il sacerdote Settimio de Marinis appassionato sostenitore del completamento della costruzione della chiesa, se ne era fatto promotore, impegnandosi personalmente, non ancora trentenne, animato da grande entusiasmo, con una offerta redatta nel 1843, trasmessa a Napoli e accolta con Sovrano Rescritto del 1845, incaricando successivamente del nuovo progetto l'ingegnere Giovanni Mazzella e assicurando l'intendente della Provincia di Chieti, autorità competente in merito, che avrebbe affrontato con le offerte dei fedeli le spese eccedenti la somma di 7.700 ducati concessi dal re Ferdinando II già nel 1839 sulla base del precedente disegno del Mayo, giudicato dal de Marinis troppo modesto per un edificio che meritava maggior fasto. Ma altre difficoltà si frapposero al proseguimento dell'opera, ostacolato da conflitti di interesse fra l'Abate di S. Cetteo e la Congrega del SS. Sacramento, che aveva sede nella omonima chiesa a due navate confinante con quella dedicata al Patrono e non intendeva consentire che una parte della sua navata destra fosse occupata dalla grande cappella sinistra dell'edificio adiacente. La rotonda aveva un diametro di sessantasei palmi; pari a circa diciassette metri. Per formare una ideale croce greca mancava appunto, in aggiunta ai due esistenti, dei quali si è detto, il cappellone di sinistra, essendo il suo quarto braccio costituito dall'atrio della chiesa, affiancato dalle due torri. Queste, pur essendo all'incirca simmetriche, non erano identiche, come invece erano previste nel progetto, ma la sinistra, che fungeva da campanile, aveva sezione maggiore della destra, che portava un orologio. Inoltre tutto il fabbricato era in condizioni di forte degrado, a causa dell'incuria e delle intemperie alle quali era assai esposto perché la rotonda era priva di cupola. In definitiva la chiesa era un rudere ancor prima di essere stata ultimata.

A causa del persistere dei predetti impedimenti, la sede parrocchiale fu trasferita nel 1857 presso la chiesa del SS. Sacramento che già da decenni veniva utilizzata per le celebrazioni religiose per l'inagibilità dell'altra e benché il provvedimento fosse ritenuto provvisorio esso sarebbe presto diventato definitivo. Qualche tempo dopo il de Marinis e suo fratello Silla Alessandro furono condannati all'esilio per aver manifestato simpatie per la causa risorgimentale.

Un nuovo progetto fu redatto nel 1860 dal Maggiore del genio Raffaele Pepe per interessamento dell'Abate Giuseppe Corazzini quando sul trono di Napoli sedeva - dal 1853 - Francesco II. Ma dopo pochi mesi, il 6 settembre 1860, il re fuggì a Gaeta: l'avanzala delle truppe garibaldine provenienti dalla Calabria avrebbe presto provocato la caduta del Regno delle Due Sicilie. Gaeta sarebbe stata conquistata il 14 febbraio 1861 e il 17 marzo 1861 sarebbe stato proclamato ufficialmente il Regno d'Italia. Il 16 ottobre del 1860 Vittorio Emanuele II, al cui fianco, entusiasta, stava, tra gli altri, don Settimio de Marinis, dal bastione della Bandiera indirizzò ai pescaresi il celebre discorso nel quale prediceva un avvenire di "grande città" al borgo adriatico. Dopo meno di tre anni sarebbero entrati in funzione i nuovi impianti ferroviari. Nel 1867, successivamente ad un decreto governativo dell'anno precedente che disponeva l'abolizione delle opere fortificate nel soppresso Regno di Napoli, il Consiglio Comunale di Pescara delibero l'acquisizione dell'area della fortezza e dichiarò la necessità dell'ampliamento della città.

Le nuove esigenze di espansione urbana e di inserimento dell'antico borgo in una rete nazionale dì scambi commerciali e di iniziative imprenditoriali contribuirono a far tramontare definitivamente ogni proposito di ricostruzione della chiesa a pianta centrale.

Dall'alto:

1 - Piazza del Municipio e l'antica chiesa di San Cetteo nel 1871;
2 - L'Arco di Porta Nuova;
3 - La demolizione dell'antica chiesa di San Cetteo, già Santa Gerusalemme (Pescara, 1892).