Arrigo Minerbi - Arca funebre
di Donna Luisa d'Annunzio
Cattedrale di S. Cetteo - Pescara
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

Carissimo Arrigo, so che tu sei qui da alcune ore dimenticando che la mia vita è notturna e non incomincia o ricomincia se non fra le l8 e le 19. Ho pensato di continuo all'Arca. Ho abolito le imitazioni, da Ilaria del Carretto a Lady Beauchamp. Ho trovato il corpo dell'Arca, su cui giacerà la Santa figurata come nelle ultime pagine del Notturno. Ecco il libro. Troverai la pagina segnata da un segnale azzurro. Ella non ha la soma, la salma è adeguata alla pietra dell'Arca. Se Michelangelo non cercava e non voleva la "somiglianza" (considera Il Pensieroso e Giuliano) non io la cerco né la voglio.
Rileggi le poche righe funebri. Il viso era una bellezza senza figura, una consunzione senza corruzione. L'Arca nella faccia anteriore, ha le figure dei tre elementi cielo, mare, terra. Di là dalla figura costellata e stellata del cielo, è una stretta zona con gli uncini di bronzo a cui sono sospese le mie corone d'eroe di quercia, di alloro, di cipresso: corone di potente bronzo. Ora comprendi che non basta l'arte senza l'amore. Fra un'ora o due verrò a vederti, o ti chiamerò. Perfino gli artisti veri non comprendono e non ammettono la mia maniera di vivere tra spirto eccelso e temeraria sensualità. Se tu sei di quelli, abbondonami. Non ti rimpiangero. Ma ho fede nel mistico e mitico sangue.
18 - VII -1935


Mio carissimo Arrigo Minerbi, fido compagno d'anima e d'arte, ricevo oggi una tua parola tanto nobile e bella che mi sembra il preludio annunziatore di un'opera ancor più bella e nobile. Ho l'impazienza di vederla; e nel tempo medesimo io sento già in me la plenitudine cbe dà ogni cosa altamente compiuta. Gian Carlo Maroni viene a Milano per chiederti quando tu sia disposto a portare nel Vittoriale il "gesso" dell'Arca e per fornirti ogni mezzo piu sicuro. Ti scrivo con la mano tremante, ché oggi io entro nella decade sacra. Il dì 27 ricorre il vigesimo anniversario del Transito. Caro caro amico, che sai dare le forme durature a quel che dell'anima è inesprimibile, ti aspetto; ti abbraccio.
17 - (1917) 1937

(Gabriele d'Annunzio)

 

 

L'Arca di Luisa d'Annunzio è opera dello scultore ferrarese Arrigo Minerbi, il quale fu incaricato dell'esecuzione nel 1935 dallo stesso Poeta, suo caro amico ed estimatore, che già nel 1929 aveva accolto la proposta dell'Abate Don Brandano di seppellire le spoglie della madre nel nuovo Tempio della Conciliazione:

" ... Voglio che le sacre ossa di mia madre sieno traslatate e custodite in una cappella che io disegnerò e ornerò votivamente… "


Fu lo stesso d'Annunzio a dettare allo scultore i criteri da seguire nella realizzazione dell'opera in base ad una sua precisa volontà: egli desiderava che il volto della madre fosse immortalato nell'aspetto di una "giovane sposa d'abruzzo".

Gli donò il "Notturno" perché in esso avrebbe trovato l'ispirazione e le immagini per dare forma alla visione del Poeta. Profondamente suggestionato dalla lettura del "Notturno" così il Minerbi riporta le sue impressioni al Poeta in una lettera del 20 luglio 1935:

"... Ho portato meco il suo "Notturno". Avrei dovuto riportarlo la notte del colloquio... ma era legato alle mie più profonde fibre a filo doppio. Non potevo separarmene. Mi perdoni. Quei solchi azzurri, quelle unghiate quasi irose che fiancheggiano le righe indimenticabili mi segnano la via da seguire. Pongo su di esse il mio cuore e la mia febbre e mi lascio andare. Arriverò dove Gabriele vuole... Con animo devoto. Arrigo Minerbi"

La stessa cosa farà l'anno successivo con l'architetto del Vittoriale Giancarlo Maroni:

"... Io ho lavorato solo per quelle righe del "Notturno" che mi hanno sconvolto l'anima che mi hanno fatto piangere di tenerezza riconducendo viva nel mio vecchio cuore la madre mia lontana e scolorita. Ho lavorato per amore della sua poesia grande che ha accompagnato la mia giovinezza e la mia maturità e mi ha condotto alla soglia della vecchiezza. E ho dato il meglio di me. Arrigo Minerbi" .
 

Alla notizia della realizzazione del bozzetto, d'Annunzio gli comunicò la sua ansia di vederlo in una lettera del 17 gennaio 1937, trascritta a destra. Il Minerbi portò quindi il bozzetto in gesso dell'arca al Vittoriale: il Poeta ne ammirò la fattura e vide con soddisfazione che l'artista aveva saputo interpretare i suoi sentimenti. D'Annunzio morì l'anno successivo e non potè vedere l'opera compiuta: il Minerbi la ultimò nel 1939.

Così lo stesso Minerbi ricorda in un suo scritto autobiografico le emozioni provate durante la realizzazione dell'opera:

"Ho ultimato in marmo l'arca di Luisa d'Annunzio. L'eco delle parole del poeta mi incitava all'opera. Ho compreso i suoi divieti e il desiderio non rivelato di ritrovare i lineamenti della sua madre, giovane e bella, e ho dato forma tangibile alla sua visione di poeta. Là dove uno scultore si sarebbe smarrito, io mi sono ritrovato, abbandonando, come egli voleva, tutte le imitazioni, da Ilaria del Carretto a Lady Beauchamps. Nel gennaio del 1937, vigesimo anniversario della morte della madre, portai il gesso al Vittoriale. Un anno dopo egli moriva... recando forse nell'istante del trapasso la visione della sua madre, come io l'ho ritratta: appena sposa giovane e bellissima fasciato il corpo nel costume d'Abruzzo, giacente nel dolcissimo atteggiamento di chi sogna. Simulacro che assurge a simbolo: è l'immagine dell'Abruzzo che attende il suo cantore. Tutto ho fatto quanto era suo desiderio, senza nulla chiedere mai e senza ricevere nessun compenso. Solo per amore" (Milano, 1945).


Passarono diversi anni prima che l'Arca trovasse la sua definitiva sistemazione. Infatti nel progetto originano il Bazzani l'aveva prevista addossata alla parete di fondo della navata sinistra della chiesa. In un secondo tempo si stabilì di collocarla più degnamente nella cappella attigua, detta di San Cetteo. Si diede inizio ai lavori di sistemazione soltanto nel 1943. Questi procedettero tra molte difficoltà fino all'agosto del 1949, quando le ossa di Luisa d'Annunzio furono traslate dal cimitero di S. Silvestro nell'Arca con una solenne cerimonia, cui partecipò lo stesso scultore, insieme al figlio del Poeta, Mario d'Annunzio, e a tutta la cittadinanza. Il Minerbi ne ha lasciato una toccante testimonianza nel brano seguente.

Pescara: Cimitero di San Silvestro - Agosto 1949. L'ora tanto attesa è venuta. Appare un biancore immacolato... La salma di Luisa d'Annunzio è incorrotta e pressocché intatta. E ricoperta interamente da un velo bianco che ne delinea il corpo smagrito e depresso sul fondo della cassa. Lunghi e rigidi steli di fiori appaiono sotto il velo. Ma sogno io forse? Non è la salma atteggiata esattamente così come io l'ho scolpita? Il capo è reclinato a destra sul cuscino; le ginocchia entrambe piegate con dolcissimo atteggiamento a sinistra... E il piede che affiora ricoperto da una pantofola, non è il destro? Quel piede che nel primitivo modello della figura giacente era celato sotto la veste e che poi, solo alcuni mesi dopo, preso da inesplicabile pentimento mi decisi a scoprire liberandolo dalle pieghe del costume! Sono fuori dal mondo reale. La notte di Gardone ritorna e la voce del poeta mi risuona dentro: "Ella è adeguata alla pietra dell'arca". "Una bellezza senza figura, una consunzione senza corruzione". . . "Nessun sentore d'impurità" . Non sollevo il velo. Nemmeno accenno il gesto che pur m'era prepotente e istintivo; sentivo alle mie spalle l'acuto sguardo del "Veggente".

Nelle immagini: l'Arca di Donna Luisa d'Annunzio conservata nella Cattedrale di San Cetteo a Pescara.