|
Il Poeta ricorda la sua casa natale nel "Notturno", l'opera da lui elaborata durante il lungo periodo di immobilità
con gli occhi bendati in seguito ad un incidente avvenuto in zona
di guerra nel 1916 durante un ammaraggio di fortuna su un idrovolante,
rievocando l'ultima visita fatta a sua madre - trasfigurata dalla
malattia - nel 1915, prima di partire per il fronte:
"La prima stanza è deserta. La felicità d'una volta non vi lasciò
se non coltelli affilati per dilaniarmi.
La seconda stanza è deserta. Ci sono i libri della mia puerizia
e della mia adolescenza. C'è il leggio musicale del mio fratello
emigrato. C'è il ritratto di mio padre fanciullo col cardellino
posato su l'indice teso. Ho vissuto tant'anni nella dimenticanza
di queste cose; e queste cose possono rivivere cosi terribilmente
in me?
Nella terza stanza c'e il mio letto bianco: c'è il vecchio armadio
dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati; c'e l'inginocchiatoio
di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito, con
una ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male.
Le ginocchia mi si rompono; e le pareti mi prendono, mi vincolano
a loro, mi girano, come una ruota di tortura.
Nella quarta stanza c'è il piccolo Gesù di cera dentro la sua
custodia di cristallo; c'è la Madonna dalle sette spade; ci sono
le immagini dei santi e le reliquie raccolte dalla sorella di
mio padre santamente morta; e ci sono le mie prime preghiere,
quelle del mattino così dolci, quelle della sera ancora più dolci,
che per rientrare nel mio cuore mi sfondano il petto come se fossero
divenute le armi dell'angelo implacabile.
Tre gradini salgono alla quinta stanza, come tre gradini d'altare.
È piena d'ombra, sotto la volta arcuata. Rimbomba. Il cuore batte
le mura con l'urto cieco del destino. Il vasto letto la occupa,
dove fui concepito e generato. Credo di udire dentro di me le
grida di mia madre che, quando nacqui, non penetrarono le mie
orecchie sigillate. L'odore indefinibile della malattia mi soffoca.
Una mano mi tocca e mi fa trasalire. Una mano fredda mi piglia
e mi trae verso la stanza sesta.
È la sesta stazione il sudario della Veronica. Una voce piana
dice "È là". Mi agghiaccia. La riconosco. È quella della serva
ammirabile, della creatura fedele, nata dalle nostre glebe, allevata
nella nostra casa, chiamata Maria. "È là". E mia madre? Una povera
cosa curva, una cosa informe, una cosa di miseria e di pena, abbassata,
umiliata, perduta. È mia madre? Mi trascino ai suoi piedi, striscio
sul pavimento. Sono vuoto di tutto fuorché del terrore. Alzo la
testa spasimando come se mi si spezzasse una vertebra nel collo.
Alzo la testa e guardo. Guardo quel viso. Bisognava che la sorte
mi accecasse prima. Non era così il viso del Salvatore quando
egli ebbe preso sopra di sé tutti i peccati del mondo? Orribile
e sublime veramente, con uno sguardo che non mi vede, che non
mi riconosce, oscurato e fisso, dove l'amore non è se non tristezza
senza nome, tristezza sino alla morte e di là dalla morte. Mia
madre! Una povera creatura avvilita, percossa, sfigurata; e non
so che spaventosa grandezza in cui entro come in un luogo pio
e tremendo, come nel mio sacrificio stesso. Sono come il suo prigioniero
atterrito. Imprigionata in lei la mia anima mi fissa dalla profondità
di quelle ignote pupille. E l'umile donna della terra nomina il mio nome, ripete il mio
nome a quell'orecchio sempre più inclinato. E allora le due mani
si levano di su le ginocchia. Tutta la vita s'arresta perde colore
non è più niente. C'è dunque qualcosa che può farmi più male di
quello sguardo senza lume?
C'è la bocca che non ha più bellezza, cbe non ha più dolcezza,
che non ha più forma umana che non ha più suono umano Le due palme
s'abbattono sul mio capo pesanti come se fossero esangui ed esanimi.
E la bocca vuol dire il mio nome, ma non ha se non un mugolio
fioco.
E io son vuoto anche del mio terrore. Non ho più senso. Conosco
una morte che forse nessun altro figliuolo di donna potrà mai
conoscere."
|