Donna Luisa con la fedele Marietta
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

 

Il Poeta ricorda la sua casa natale nel "Notturno", l'opera da lui elaborata durante il lungo periodo di immobilità con gli occhi bendati in seguito ad un incidente avvenuto in zona di guerra nel 1916 durante un ammaraggio di fortuna su un idrovolante, rievocando l'ultima visita fatta a sua madre - trasfigurata dalla malattia - nel 1915, prima di partire per il fronte:


"La prima stanza è deserta. La felicità d'una volta non vi lasciò se non coltelli affilati per dilaniarmi.

La seconda stanza è deserta. Ci sono i libri della mia puerizia e della mia adolescenza. C'è il leggio musicale del mio fratello emigrato. C'è il ritratto di mio padre fanciullo col cardellino posato su l'indice teso. Ho vissuto tant'anni nella dimenticanza di queste cose; e queste cose possono rivivere cosi terribilmente in me?

Nella terza stanza c'e il mio letto bianco: c'è il vecchio armadio dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati; c'e l'inginocchiatoio di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito, con una ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male. Le ginocchia mi si rompono; e le pareti mi prendono, mi vincolano a loro, mi girano, come una ruota di tortura.

Nella quarta stanza c'è il piccolo Gesù di cera dentro la sua custodia di cristallo; c'è la Madonna dalle sette spade; ci sono le immagini dei santi e le reliquie raccolte dalla sorella di mio padre santamente morta; e ci sono le mie prime preghiere, quelle del mattino così dolci, quelle della sera ancora più dolci, che per rientrare nel mio cuore mi sfondano il petto come se fossero divenute le armi dell'angelo implacabile.

Tre gradini salgono alla quinta stanza, come tre gradini d'altare. È piena d'ombra, sotto la volta arcuata. Rimbomba. Il cuore batte le mura con l'urto cieco del destino. Il vasto letto la occupa, dove fui concepito e generato. Credo di udire dentro di me le grida di mia madre che, quando nacqui, non penetrarono le mie orecchie sigillate. L'odore indefinibile della malattia mi soffoca. Una mano mi tocca e mi fa trasalire. Una mano fredda mi piglia e mi trae verso la stanza sesta.

È la sesta stazione il sudario della Veronica. Una voce piana dice "È là". Mi agghiaccia. La riconosco. È quella della serva ammirabile, della creatura fedele, nata dalle nostre glebe, allevata nella nostra casa, chiamata Maria. "È là". E mia madre? Una povera cosa curva, una cosa informe, una cosa di miseria e di pena, abbassata, umiliata, perduta. È mia madre? Mi trascino ai suoi piedi, striscio sul pavimento. Sono vuoto di tutto fuorché del terrore. Alzo la testa spasimando come se mi si spezzasse una vertebra nel collo. Alzo la testa e guardo. Guardo quel viso. Bisognava che la sorte mi accecasse prima. Non era così il viso del Salvatore quando egli ebbe preso sopra di sé tutti i peccati del mondo? Orribile e sublime veramente, con uno sguardo che non mi vede, che non mi riconosce, oscurato e fisso, dove l'amore non è se non tristezza senza nome, tristezza sino alla morte e di là dalla morte. Mia madre! Una povera creatura avvilita, percossa, sfigurata; e non so che spaventosa grandezza in cui entro come in un luogo pio e tremendo, come nel mio sacrificio stesso. Sono come il suo prigioniero atterrito. Imprigionata in lei la mia anima mi fissa dalla profondità di quelle ignote pupille. E l'umile donna della terra nomina il mio nome, ripete il mio nome a quell'orecchio sempre più inclinato. E allora le due mani si levano di su le ginocchia. Tutta la vita s'arresta perde colore non è più niente. C'è dunque qualcosa che può farmi più male di quello sguardo senza lume?

C'è la bocca che non ha più bellezza, cbe non ha più dolcezza, che non ha più forma umana che non ha più suono umano Le due palme s'abbattono sul mio capo pesanti come se fossero esangui ed esanimi. E la bocca vuol dire il mio nome, ma non ha se non un mugolio fioco.

E io son vuoto anche del mio terrore. Non ho più senso. Conosco una morte che forse nessun altro figliuolo di donna potrà mai conoscere."

(Dal "Notturno")

1 - La camera dove nacque il Poeta, la "quinta stanza";
2 - Il ritratto di Donna Luisa d'Annunzio eseguito da Basilio Cascella;
3 - L'elegante letto in ottone dei genitori di d'Annunzio, trafugato da ignoti nel periodo dello sfollamento, durante l'utlima guerra, tra il 1943 e il 1944.