La Duse alla Capponcina
Foto di Nuñes Vais.
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

 

ELEONORA DUSE

I primi scambi epistolari - scrive l'Ulivi - tra il Poeta ed Eleonora Duse ebbero luogo nel 1894 a Milano, tra il Grand Hotel, dove era ospite lei, e l'Hotel de Milan dove d'Annunzio alloggiava. Quando l'aveva trovato a Venezia, nei giorni del discorso al "Benedetto Marcello", ne aveva avuto la sensazione di un incontro indimenticabile. Venezia. Era e sarebbe rimasta con Firenze lo scenario dove il legame dei due primi attori, della scena e della poesia, trovò il suo punto di sutura. La passione il suo esito. Nata nel 1858 Eleonora Duse aveva cinque anni più dell'amico, trentasette per la precisione, ed era allora all'apice della carriera di artista. Figlia d'arte, dopo il matrimonio con un quasi anomimo collega, un attore della stessa compagnia, Tebaldo Checci, da cui aveva avuto una figlia, l'aveva lasciato per l'attor giovane Flavio Andò; un terzo legame, con Arrigo Boito, svegliò in lei le curiosità di cultura e di gusto che fin allora aveva avvertito vagamente. Era sedotta e affascinata dall'idea di sostituire al repertono borghese del teatro del tempo un teatro di poesia di una nuova, inedita efficacia espressiva. L'incontro con d'Annunzio, di cui conosceva e ammirava, anzi amava già le opere, fu per lei un coup de foudre.

L'ultimo scorcio del 1897 fu per la Duse - scrive il Cataldi - una girandola di progetti. Andò nel settembre con d'Annunzio ad Assisi, poi di nuovo a Roma, poi di nuovo a Venezia. Fu solo dopo le elezioni politiche, per le quali d'Annunzio restò occupato in Ortona, che i due amanti poterono ritrovarsi insieme nel febbraio del 1898 in Santa Margherita e poi a Settignano, nella Capponcina la villa già del marchese Viviani della Robbia e d'Annunzio vi si mise a scrivere Il Fuoco del quale ella era destinata a fare le spese così come le aveva fatte per la villa. Quando, poi, d'Annunzio si recò a Roma per assistere, come scrisse all'editore Treves, alla "miserabile rappresentazione parlamentare" Eleonora Duse - che estenuata come si sentiva s'era ritirata in una villetta che possedeva, La Porziuncola - stette ad attenderlo, e dopo insieme, se ne andarono ad Alessandria d'Egitto, in Grecia, a Corfù, e fu per il poeta, questo, un viaggio nella classicità che seppe dargli indubbiamente molte più sensazioni profonde di quante gliene aveva dato il precedente vagabondaggio greco con gli amici.

La relazione con la Duse ebbe il punto critico fino alla rottura con La Figlia di Iorio. Ai primi mesi del 1904, nell'imminenza della prima rappresentazione, l'attrice subì una grave ricaduta della tisi; e d'Annunzio non acconsentì a prorogare la data, ormai fissata al marzo 1904, presso il Teatro Lirico di Milano. Fin d'allora la parte di Mila fu affidata alla Gramatica. L'esito fu trionfale. Il 9 agosto si era gia alla centesima rappresentazione, che ebbe luogo all'Arena del Sole a Bologna. Passò poi con lo stesso successo in tutti i teatri, anche all'estero.

Una volta rimessa in salute, la Duse tornò alla "Porziuncola". Quando lei era stata presente, alla Capponcina aveva regnato, secondo la testimonianza del Palmerio, "un silenzio religioso, assoluto e proficuo", eccezionalmente propizio al lavoro del poeta. La Duse non si era infatti preoccupata che di garantire a colui che giudicava uno straordinario produttore d'arte la perfetta tutela di una gelosa intimità. Nell'anima, lei gli aveva eretto un altare.

Rievocherà un giorno d'Annunzio:

"Udivo talvolta un fruscio lieve dietro la porta. . . Era la pietosa venuta a origliare... Ella dice - Come sei pallido, figlio! Giacché tu m'hai aperto, riposati un poco, datti un poco di tregua, dammene un poco anche a me. Non ti prendi un momento di respiro... sempre amo e temo, quando sono con te, il "cavallo alla porta e le ali all'anima". Si siede presso il piccolo balcone. Io m'inginocchio presso i suoi ginocchi . Respiriamo uguali."

LA FIGLIA Dl IORIO

"Tragedia pastorale" in tre atti in versi, La figlia di Iorio fu rappresentata a Milano il 2 marzo 1904 dalla compagnia Talli-Calabresi, con Imma Gramatica e Ruggero Ruggeri diffusa a stampa subito dopo. Sullo spunto di una scena dal vero, già servita per il quadro omonimo del Michetti, narra di una meretrice campestre, Mila, destinata a portare il lutto nella casa in cui si rifugia dall'inseguimento dei mietitori imbestialiti; di lei infatti s'innamora il pastore Aligi, fresco appena di nozze con Vienda, scorgendo allucinato dietro lei l'Angelo custode a proteggerla proprio nel momento in cui, contro la legge del focolare, istigato dalle donne presenti, egli sta per cacciarla in pasto agl'inseguitori. Sogna pertanto Aligi di recarsi a Roma, ove ottenere lo scioglimento del matrimonio non consumato e sposare Mila; che purificata da quell'amore medita di uccidersi, per lasciarlo alla giusta vita della famiglia. Ma anche Lazaro di Roio padre di Aligi la concupisce, e per sottrarla alla violenza di lui, Aligi commette il parricidio. Del quale Mila si accusa, per sostituirsi all'amato nell'estremo supplizio.

L'ambiente della tragedia si ricollega direttamente a ciò per cui, nella dedica, è detta "questo canto dell'antico sangue" cioè le credenze, i riti, gli aviti usi d'Abruzzo: "Alla terra d'Abruzzi alla mia madre, alle mie sorelle, al mio fratello esule, al mio padre sepolto, a tutti i miei morti, a tutta la mia gente tra la montagna e il mare, questo canto dell'antico sangue consacro".

La Figlia di Iorio - scrive il Paratore - è l'unica opera del poeta che, pur concedendo il debito posto al furore dei sensi, si solleva in un clima in cui i palpiti dell'umana passionalità vibrano di una risonanza universale. L'attributo "pastorale" fu conferito dall'autore alla "tragedia" proprio per il significato caratteristico ed essenziale che alla persona di Aligi danno il mestiere e la mentalità di pastore. Com'è risaputo la tragedia ebbe un trionfale successo al Lirico di Milano ed è sempre stato l'unico dramma dannunziano accolto con favore dal pubblico. Possiamo supporre che proprio la veemenza teatrale delle scene principali, cioé il filone naturalistico, abbia trascinato le folle, anche se la tragedia si distingue da tutto il resto dell'opera dannunziana nell'improntare la vicenda e il carattere stesso dei personaggi a un senso di profondità umana che fa emergere i motivi dello spirito al di sopra dello sfogo del materiale slancio di vita, nel far risorgere, secondo il Prosperi, il tema cardinale della migliore tragedia greca del contrasto fra legge scritta e legge non scritta di valore universale, nell'ispirarsi alla tradizione regionale più fonda (con la scelta appunto dell'ambiente ove situare l'azione) elaborando lo spirito cristiano insito in quella arcaica mentalità, nell'affermare "una legge di pietà di valore universale in modi che costituiscono veramente un unicum nel mondo poetico del d'Annunzio". La Figlia di Iorio costituisce forse il vertice dell'opera dannunziana perché in essa il decadentismo rampollante dalle preziosità linguistiche - rilevate dal Circeo e il naturalismo esasperato dalla brutale aggressività di molte scene sono trascesi dal senso arcano di una fatalità che infonde nei personaggi il significato di una missione interpretativa sovrumana, nel bene o nel male.

L'opera fu presentata alla prima Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia del 1895. Fu realizzata in poco più di una settimana, ma ideata ben quindici anni prima, durante i quali Michetti aveva eseguito numerosi studi e bozzetti. Dopo una prima versione dell'opera ad olio, l'artista realizzò quella definitiva preferendo una tempera di sua particolare invenzione e modificando la composizione con l'aggiunta del paesaggio e di alcune figure. Nel 1896, La Figlia di Iorio fu acquistata da Ernest Seeger per la Galleria Nazionale d'Arte di Berlino. Successivamente, nel 1932, fu esposta alla XVIII edizione della Biennale di Venezia, nel Padiglione italiano; la notò Giacomo Acerbo ministro abruzzese, il quale ne propose l'acquisto all'Amministrazione provinciale di Pescara. Dopo lunghe e difficoltose trattative il dipinto fu acquistato e ancora oggi è esposto presso il Palazzo della Provincia.


LA FIACCOLA SOTTO IL MOGGIO

Alla Figlia di Iorio tenne dietro immediatamente un'altra tragedia di argomento abruzzese, La fiaccola sotto il moggio. Certo l'orientamento del nuovo dramma è ben diverso da quello della Figlia di Iorio: se l'Abruzzo è sempre la terra in cui si svolge l'azione e l'autore, come nella tragedia precedente e forse anche più, si documenta con cura sugli elementi attinti dalla tradizione e dalla storia regionale stavolta l'ambiente raffigurato è decisamente storico, la decadenza di un'antica famiglia nobiliare proprietaria nella valle del Sagittario al tempo di Ferdinando I di Borbone. La nobile casata dei De Sangro si estingue e la tragedia non fa che consacrare sul piano della degradata umanità quel "vetusto, corroso, fenduto,... condannato a perire" che già l'antica dimora della famiglia mostra nelle sue crepe. Secondo il Paratore la tragedia si concentra in un cupo e truce epicedio calcando quindi sopra un tono drammatico agli antipodi di quello della Figlia di Iorio, che pur nell'infuocata tragicità della sua vicenda dischiude itinerari di ideale trasfigurazione in una prospettiva religiosa che, pur col peso di superstiziose sovrastrutture offre un'interpretazione altamente confortevole dell'umano destino. Se il richiamo all'ambiente abruzzese ha evitato il solito fastidioso esibizionismo superomistico, la rievocazione della vita regionale si assomma in una prospettiva inconsueta a sfondo desolatamente pessimistico.

Ora l'alto valore del dramma La Figlia di Iorio consiste nel suo disegno melodico, nell'essere cantato come una schietta canzone popolare, nel contenere la rappresentazione musicale di un'antica gente. Il mio sforzo (in verità mal dico "sforzo", ché io composi l'intera tragedia pastorale in diciotto giorni, tra cielo e mare, quasi obbedendo al demone della stirpe che ripeteva in me i suoi canti) la mia obbedienza consisteva nel seguire la musica, col sentimento d'inventarla".
"Michetti non mi ispirò, con la sua famosa tela... C'è un precedente. Io ero col mio divino fratello Ciccio (il Michetti) in un paesetto di Abruzzo, chiamato Tocco Casauria... Ebbene tutti e due, d'improvviso vedemmo irrompere nella piazzetta una donna urlante, scarmigliata, giovane e formosa, inseguita da una torma di mietitori imbestialiti dal sole, dal vino e dalla lussuria.
(Dal "Libro segreto")


Dall'alto:

1 - Il "tableau vivant" della Figlia di Iorio, sulla spiaggia di Francavilla (Foto O. Cipollone, Archivio Eredi Cipollone);
2 - Francesco Paolo Michetti, La figlia di Iorio, tempera su tela, 1850.