S. Clemente a Casauria
L'interno dell'Abbazia nel tardo Ottocento prima dei restauri diretti dal Calore.
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

Il Poeta scriveva a "Barbara" con lo pseudonimo "Ariel"...


.. Verresti tu a passare l'estate con me, qui in Abruzzo, in una casa solitaria sul mare, lontana da Francavilla, sicura?

Se tu acconsenti, è necessario ch'io venga a prenderti? O potresti tu, dietro le mie indicazioni venire per incontrarti con me a mezza via? ...O con te o con la Morte
Addio adorata. Non posso più scriverti, perché sono sfinito. Addio, addio. Ariel

20 luglio 1889
... Bisognerà che tu sii molto paziente, perché ogni comodo della vita mancherà su quell'inaccessibile promontorio coperto di aranci e di olivi. ...Altre cose ho vedute, più vaste e migliori ma senza solitudine e senza quella divina vista dell'infinito. Ho preferito questo angusto, ma delizioso nido. Troveremo il modo di ridere delle incomodità Non è vero?... Ariel

22 luglio 1889 - Pescara
Lunedì ore 9 pomeridiane

Sono tanto tanto stanco! Sono andato su e giù tutt'oggi. In quella casa manca ogni cosa.
Povera Barbarella!!! Grazie della tua lettera buona. Bisognerà che tu indugi un giorno. Parti giovedì col treno delle 2 e 20 per Pescara . Io ti aspetterò a Pescara...

... Amore tre giorni! Io mi riposerò fino al 1° agosto, sul tuo cuore. Poi, all'opera! Ti racconterò la natività del mio romanzo avvenuta nel mio cervello ieri, sul promontorio dei Sogni. Sono ancora pieno d'una certa ebrezza intellettuale. Addio amica e amante, supremamente cara!...

Francavilla al Mare, 14 giugno '91

Sono stato a S. Vito... Nulla è mutato. La viottola ha sempre lo stesso aspetto. Ma le spighe, a pena a pena dorate, si dondolavano nel sole, di là dalle siepi fiorite di fiori violetti.
Che profumo di scogli! Che gran soffio salutare! Francavilla è un paese delizioso e sano; ma San Vito è il paradiso. Un sorso di quell'aria è veramente un sorso di vita...

...Quante cose sono rimaste intatte. Ho riveduto il fascio di canne che ci serviva per inalzare la tenda, alla cui ombra languivamo di voluttà e sognavamo l'una nelle braccia dell'altro indicibilmente. Ho riveduto le nostre mensole di legno, le iscrizioni incise nella colonnetta del cancello, un giornale con la data del 9 settembre 1889, l'acquaforte dello Zodiaco, una cromolitografia d'un giornale parigino, tante altre minute cose. Le due stanze erano in disordine, immiserite. Ma sul davanzale di una finestra fiorivano tre piccole piante di violacciocche, seminate forse dal vento nella fenditura.

 

 

L'EREMO DI S. VITO


Gabriele d'Annunzio trascorse parte dell'estate del 1889 insieme con Barbara Leoni a S. Vito Chietino, nella casa da lui scelta su consiglio dell'amico Michetti, per la particolare natura dei luoghi, la cui suggestione era accresciuta dalla solitudine del posto. In una lettera a "Barbarella" il Poeta la descrive come "una piccola casa rurale composta di due stanze al primo piano e di una stanzetta al piano terreno e di un portichetto; e, accanto, un grande orto d'aranci e d'altri alberi fruttiferi, e sotto il mare gli scogli, una vista interminabile di coste e monti marini, e sopra tutto, una immensa libertà, come un buen retiro di santi anacoreti.. . " Durante questo soggiorno egli concepì "Il Trionfo della morte" narrazione autobiografica del suo grande amore romano dal primo incontro con "Barbara" ai due mesi trascorsi con lei nell'"eremo rustico" sul promontorio adriatico. Nel romanzo d'Annunzio ne fa una puntuale descrizione: "Due querci enormi... ombreggiavano lo spiazzo, proteggevano certe mense di pietra adatte alle cene estive. Limitava lo spiazzo un parapetto anche di pietra, che superavano le rubinie, cariche di grappoli odorosi, delicate ed eleganti su lo sfondo del mare.. ". Ancor oggi si possono ammirare i luoghi, così come egli li ha descritti: "Distava circa due miglia dal borgo, all'estremo confine di una contrada detta delle portelle, in una solitudine raccolta e benigna come un grembo. Ciascuno dei due promontori era traforato; e si scorgevano dalla casa le aperture delle due gallerie. La strada ferrata correva dall'una all'altra, in prossimità del lido... Dall'estrema punta del Promontorio, sopra un gruppo di scogli, si protendeva un trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e di travi, simile a un ragno colossale... una casa costruita in un pianoro, a mezzo del colle, tra gli aranci e gli olivi, affacciata su una piccola baia che chiudevano due promontori. Era una casa d'una architettura primitiva. Una scala scoperta saliva a una loggia su cui si aprivano le quattro porte delle quattro uniche stanze. Ciascuna stanza aveva quella porta e una finestra dalla parte opposta, a riscontro, guardante su l'oliveto. Alla loggia superiore corrispondeva una loggia inferiore; ma le stanze terrene, tranne una, erano inservibili. La casa confinava da un lato con un abituro basso dove stavano i contadini proprietari. Due querci enormi che la perseveranza del grecale aveva piegato verso il colle, ombreggiavano lo spiazzo".


L'ABBAZIA Dl S. CLEMENTE A CASAURIA


Pierluigi Calore, Regio ispettore per gli scavi e monumenti, così descrisse lo stato della basilica, quando la vide spoglia e desolata: La porta di bronzo, rimasta aperta, continuò ad essere derubata delle incrostazione di oro, degli smalti, delle formelle istoriate, degli anelli della immunità; furono fatti saltare i mosaici del candelabro: furono scialbati l'ambone e l'arca di S. Clemente; scomparvero le omelie, i passionarii ed i cassetti smaltati delle reliquie; fu schiantata dalla colonna sinistra dell'arco centrale del porticato l'incastratura d'oro a fondo rosso, racchiudente con non so quale reliquia l'immagine del Redentore; e i pecorai... facevano il bersaglio contro la figura della Vergine del trono... Nel porticato ora si accendeva il fuoco, ora si batteva il grano, ora si forniva lo stazzo per i porci... La cripta fu ripiena di cadaveri". Scrive il Sartorelli che Calore raccolse le ossa disperse della basilica: le riordinò, le compaginò; così l'organismo ristrutturato si rianimò, si rialzò, rivisse. Mani pazienti continuarono, nei decenni dal 1890 al 1969, l'opera di chirurgia plastica, di rafforzamento globale, di cicatrizzazione con pietre tufo, mattoni, cemento, finché l'abbazia poté finalmente riaprire le sue porte, come braccia ad accogliere in suggestiva ospitalità, ammiratori italiani e stranieri, come ai tempi degli Abati Romano Leonate, Gioele...

Il Calore realizzò quello che per il poeta era rimasto soltanto "un sogno chimerico." Alla prima visione dell'abbazia abbandonata, pericolante e forse condannata a scomparire, il poeta si era sentito invaso da quell'amore subitaneo che lega gli uomini alla cosa bella da cui ebbero gioia ed era stato preso dall'ansia di salvarla; "ma molta costanza, molta pazienza,
molta abnegazione erano necessarie alla buona impresa; e la mia anima in quel tempo era cosi mutevole e così leggera " Lo confesserà in una delle sue pagine più alte, inserita poi nel Trionfo della Morte. Tuttavia l'amore per San Clemente a Casauria rimarrà senza tramonto. Dalla prima novella di Terra Vergine all'ultimo capitolo del Libro Segreto torna sempre nostalgico nell'opera dannunziana il ricordo dell'abbazia.

"Scendevano, egli e Demetrio, giù per un tratturo verso l'abbazia che ancora gli alberi nascondevano. Una calma infinita era intorno, su i luoghi solitari e grandiosi, su quell'ampia via d'erbe e di pietre deserta, ineguale come stampata d'orme gigantesche, tacita la cui origine si perdeva nel mistero delle montagne lontane e sacre. Un sentimento di sanità primitiva eravi ancor diffuso, quasi che di recente l'erbe e le pietre fossero state premute da una lunga migrazione di greggi patriarcali cercanti l'orizzonte marittimo. In fondo, nel piano, appariva la basilica: quasi una rovina. Tutto il suolo a torno era ingombro di macerie e di sterpi; frammenti di pietra scolpita erano ammucchiati contro i pilastri; da tutte le fenditure pendevano erbe selvagge, costruzioni recenti, di mattone e di calce, chiudevano le ampie aperture delle arcate di fianco. Le porte cadevano. E una compagnia di pellegrini meriggiava nell'atrio bestialmente, sotto il nobilissimo portico eretto dal magnifico Leonate. Ma quei tre archi intatti, sorgevano di su i capitelli diversi con una eleganza cosi altera e il sole di settembre dava a quella dolce pietra bionda un'apparenza cosi preziosa cbe ambedue, egli e Demetrio, sentivano d'essere al cospetto d'una sovrana bellezza. Infatti, come più la loro contemplazione diveniva attenta, l'armonia composta da quelle linee diveniva più chiara e più pura; e a poco a poco da quel non mai veduto accordo audace d'archi a tutto sesto, d'archi acuti a ferro di cavallo e da quelle sagome, da quei fregi vanissimi degli archi tolti dai rombi, dalle losanghe, dalle palme, dalle rosette ricorrenti, dai fogliami sinuosi, dai mostri simbolici, da tutte le particolarità dell'opera, andavasi rivelando per gli occhi allo spirito l'unica assoluta legge ritmica che le grandi masse e i piccoli ornati concordemente seguivano. E la segreta forza di quel ritmo era tale che riusciva infine a vincere tutte le discordanze circostanti e a dare la visione fantastica della intera opera quale era sorta nel secolo XII, per l'alta volontà dell'abate Leonate in un'isola fertile abbracciata e nutrita da un fiume possente "
(Dal "Trionfo della morte")

Così Georges Hérelle ricorda la gita fatta in compagnia di d'Annunzio nel settembre del 1896... "Ci fermiamo alla stazione di Torre de' Passeri, per andare a vedere l'Abbazia di San Clemente di Casauria. E trovai che, in un certo senso, la descrizione del Trionfo della Morte era esattissima; ma non fui meno sorpreso dalla strana differenza che c'era tra questa descrizione esatta e la realtà che avevamo sotto gli occhi: confrontata alla descrizione la realtà ha qualcosa di limitato, di meschino, che dà al visitatore la sensazione spiacevole di una disillusione."


1 - L'Eremo. Sulla soglia, i proprietari;
2 - D'Annunzio nel 1889 all'epoca della relazione con Barbara;
3 - Natalia Fraternali in Leoni, Barbara per d'Annunzio;
4 - L'Abbazia di San Clemente a Casauria prima dei restauri del Calore.