Gabriele d'Annunzio
Discorso del Poeta in occasione del primo anniversario della marcia di Ronchi (12 Settembre 1920).
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

 

Con il trattato di Saint-Germain del 10 settembre 1919, stipulato tra Italia e Austria, si stabilirono i confini tra le due nazioni: pur dando all'Italia il Trentino e l'Alto Adige fino al Brennero e Trieste, esso non fissò la frontiera orientale, lasciando insoluto il problema di Fiume il cui Consiglio Nazionale fin dal 30 ottobre 1918 si era pronunciato per l'annessione all'Italia.

Prendendo a cuore le istanze della popolazione fiumana, costituita per la maggior parte da Italiani, d'Annunzio fermamente convinto che l'Istria e la Dalmazia dovessero essere italiane, e rispondendo alle esigenze di molti volontari, per lo più reduci della guerra, che erano pronti a scendere in campo, organizzò un vero e proprio esercito per la difesa e la riconquista di Fiume. Intanto a Ronchi di Monfalcone un gruppo di ufficiali avevano stretto tra loro un patto giurato per liberare la città di Fiume dalle truppe straniere e assicurarne l'annessione all'Italia, e avevano inviato un pressante appello a d'Annunzio. Il Poeta accettò il comando della spedizione e la mattina dell'11 settembre insieme con alcuni ufficiali venuti a prelevarlo da Ronchi, iniziò la marcia. Così scrisse a Mussolini da Venezia quello stesso giorno: "Il dado è tratto. Parto ora. Domattina prendero Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile".

Giunto a Ronchi, attese che i carri armati arrivassero e appena il battaglione si organizzò, la mattina del 12 partirono alla conquista della città contesa, senza preoccuparsi delle conseguenze del loro gesto e della loro grave insubordinazione. Con i tendoni ben tirati - scrive lo Spinosa -l'autocolonna si mosse preceduta dalla cabriolet rossa di d'Annunzio, al quale, vinti gli scrupoli legalitari e le ultime perplessità, si era affiancato il maggiore Reina che comandava il battaglione. Al grande bivio, dove s'incrociano le strade per Fiume e Trieste, il poeta diede l'ordine di fermarsi. "Gli ufficiali a rapporto dal Comandante!" si sentì gridare. Il Comandante era sul bordo della strada, ritto in piedi su un piccolo rialzo con alle spalle un prato verde circondato di muretti bianchi. Attorniato da una trentina di ufficiali rivolse loro la sua prima arringa cui, trascrivendola, diede il nome di Orazion picciola in vista del Carnaro, avendo nell'orecchio una pertinente terzina dantesca: "Li miei compagni fec'io sì aguti, / con questa orazion picciola, al cammino, / che a pena poscia li avrei ritenuti".
Disse: "Ufficiali di tutte le armi, vi guardo in faccia. Fin da questo attimo di sosta voi siete miei. Interamente vi considero miei, e perdutamente, come i Sette giurati della terra di Ronchi". Il mito aveva bisogno di insegne: "Ecco il mio gagliardetto blu, con le Sette stelle dell'Orsa: quel di Buccari e di Vienna, di Pola e di Cattaro". Il mito aveva bisogno di un impegno solenne: "Giuriamoci. So che la barra confinaria di Cantrida guarda i moschetti e le mitragliatrici delle tre Potenze, ma anche dell'ltalia spuria. Spezzeremo la barra. Io sarò innanzi: primo"

Il mito aveva bisogno d'un grido di battaglia: "Ufficiali di tutte le armi ognuno a capo della sua gente e delle sue macchine Vi saluto. Eia, carne del Carnaro! Alala!" "Alalà" risposero gli ufficiali che si sentivano invadere da profonda esaltazione, mentre dinanzi ai loro occhi appariva la città di Fiume col suo golfo e le sue navi. Senza che fosse sparato un sol colpo - scrive il Chiara, - alle 11,45 del 12 settembre 1919 la legione entrava in Fiume al suono delle campane e delle sirene, acclamata dalla popolazione in festa.

All'interno della città, nonostante un po' di confusione negli ordini causata dal ritardo nell'arrivo della colonna, gli uomini di Host-Venturi, che aveva costituito la Legione dei volontari fiumani, spalleggiati validamente da gruppi femminili armati, avevano provveduto a sollevare la popolazione e a trattenere in Fiume il maggior numero possibile di soldati e di marinai italiani impedendo alla corazzata "Dante Alighieri" di salpare. Il Poeta, esausto per il viaggio, fu scortato all'Hotel Europa dove si mise a letto, mentre gli insorti finivano di occupare la città.

Nel pomeriggio d'Annunzio fu svegliato con la notizia della sua nomina a governatore della città. Nel tragitto fra l'Hotel Europa e la sede del governo fiumano - riferisce lo Spinosa - si ripeterono le manifestazioni di giubilo. Pallido in volto sofferente e molto stanco si appoggiava al braccio del pur vecchio presidente Grossich. Riprese vigore sul balcone. Era la prima volta che parlava alla Città di Vita e le annunciava l'unilaterale annessione all'Italia. La Piazza era gremita. Alle finestre, sulle terrazze, sui tetti, ovunque c'erano grappoli umani in preda all'emozione. Lo spettacolo lo commuoveva, e tacque per alcuni secondi. Poi, d'impeto, esclamò: "Italiani di Fiume, eccomi. Non vorrei pronunziare oggi altra parola. Ecco l'uomo; che ha tutto abbandonato di sé e tutto ha dimenticato di sé per essere libero e nuovo al servizio della Causa bella. Eccomi. Sono venuto per donarmi intiero. E non domando se non di ottenere il diritto di cittadinanza nella Città di Vita. Nel mondo folle e vile Fiume è oggi il segno della libertà". Disse anche, dopo essersi definito "fiumanissimo" di parlare non soltanto ai fiumani ma a tutti i dalmati. Rammentò come la sua gente d'Abruzzo tante volte fosse entrata per traffico nel porto della città e come fosse vivo lo spirito di Buccari.

Il 14 settembre 1919 d'Annunzio rivolse il seguente appello agli ufficiali e agli equipaggi delle navi: "Dal Mezzogiorno di ieri ho assunto il Comando militare in Fiume liberata che mi propongo di tenere e difendere fino all'estremo con tutte le armi. Non vi fu mai al mondo città più generosa e più costante, sotto il peso del disconoscimento e della ingiustizia, sotto la minaccia di tutte le profanazioni e di tutte le violazioni". Quindi con emozione mostrò la bandiera donatagli dalla "Venturina" - Olga Levi Brunner -e che era servita da lenzuolo mortuario per l'eroe Randaccio. L'aveva abbrunata sulla ringhiera del Campidoglio, promettendo di osservare il lutto fino al giorno della liberazione della città contesa, e ora poteva dire: "Italiani di Fiume spiego il grande Segno. Vi mostro questo sudario del sacrificio, questo indizio fatale del compimento. Confermate voi innanzi alla bandiera del Timavo il vostro voto di annessione del 30 ottobre?". "Si, si", fu la risposta della folla in delirio. "Dopo questo atto di rinnovata volontà - incalzò il Comandante - sotto il cielo aperto, in vista dell'Adriatico, io volontario, io combattente di tutte le armi fante, mannaio, aviatore, io ferito e mutilato di guerra credo di interpretare l'ansia profonda di tutta la mia nazione vera dichiarando oggi restituita per sempre la città di Fiume all'ltalia madre". La folla gridava: "Voi siete il nostro Duce!". Per tutta la notte i fiumani più entusiasti non chiusero occhio e vagarono urlanti per la città.

Le intricate estenuanti trattative tra d'Annunzio, "Comandante in Fiume d'Italia" ed il Governo italiano e gli Alleati - scrive il Gerra per risolvere il problema di Fiume e la questione adriatica si prolungarono per molti mesi senza trovare una soluzione: e l'8 settembre 1920, nella speranza di salvare l'italianità della "città olocausta" Gabriele d'Annunzio proclama solennemente la Reggenza italiana del Carnaro promulgandone anche lo Statuto, da lui compilato in stretta collaborazione con l'ex-sindacalista Alceste de Ambris, Capo di Gabinetto del Comando dal gennaio 1920: Io Gabriele d'Annunzio, primo legionario della Legione di Ronchi, proclamo la Reggenza italiana del Carnaro. E giuro, su questa sacra bandiera dei fanti, su queste vestigia di sangue eroico e su l'anima mia, che continuerò a combattere con tutte le forze e con tutte le armi, fino all'ultimo respiro, contro tutti e contro tutto, perché questa terra d'ltalia sia per sempre ricongiunta all'Italia. Così, nel nome della nuova Italia, il popolo di Fiume costituito in giustizia e in libertà fa giuramento di combattere con tutte le sue forze, fino all'estremo, per mantenere contro chiunque la contiguità della sua terra alla madre patria, assertore e difensore perpetuo dei termini alpini segnati da Dio e da Roma.

Ma dopo il Trattato di Rapallo, stipulato il 12 novembre 1920 con la Jugoslavia, trattato che stabiliva la creazione dello "Stato libero e indipendente di Fiume" l'Italia si trovava a dover porre fine all'occupazione della città da parte di Gabriele d'Annunzio e dei suoi legionari, e Giolitti dava ordine al generale Caviglia di risolvere con le armi la difficile situazione. Il 26 dicembre 1920, per ordine di Giolitti, ebbe luogo il cannoneggiamento del Palazzo del Governo da parte della corazzata Andrea Doria. Due granate da 152 colpirono l'obiettivo, una di esse esplose sul cornicione della finestra, al secondo piano, che si apriva nella stanza da lavoro del poeta. Dalle pareti - narra lo Spinosa - caddero dei calcinacci che si sparsero sul pavimento insieme a un subisso di carte. Lo spostamento d'aria provocato dallo scoppio rovesciò sedie e tavolini, fece cadere i quadri dalle pareti. Un frammento d'intonaco ferì leggermente d'Annunzio alla testa. Durante il cannoneggiamento del Palazzo, si trovavano con d'Annunzio nel suo studio alcuni suoi fedeli collaboratori come Corrado Zoli e il capitano Coselschi. Zoli descrisse quei momenti. Vide il poeta sobbalzare sulla poltrona e piegarsi in avanti: "I vetri volarono in frantumi e una miriade di piccole schegge ci piovvero sulla testa, il salone si riempì di fumo e di polvere. Si precipitarono dentro tre o quattro ufficiali che afferrarono il Comandante e lo trassero a corsa fuori del salone e giù per le scale". Arrendevole, il poeta chiedeva a Coselschi: "Dove mi porti? Dove mi porti?". Era con lui la Bàccara tremante, e insieme li fecero rifugiare nella vicina, ma più arretrata casa del podestà. D'Annunzio fece del cannoneggiamento il pezzo forte d'un suo immediato e nuovo messaggio agli italiani. Usò la penna con grande drammaticità. Al centro del proclama poneva se stesso, come del resto egli era stato l'obiettivo dei cannoni dell'Andrea Doria. "Le finestre delle mie stanze nel Palazzo erano ben conosciute, ancbe perché a una di quelle ero rimasto lungamente in osservazione, poche ora prima. Il glorioso cannoniere s'era messo all'agguato. M'aveva veduto novamente apparire a quella finestra e osservare la nave. Incurante m'ero seduto davanti alla tavola per lavorare coi miei ufficiali, quando una granata in direzione esatta è venuta a interrompere il lavoro. Poteva decapitarmi, e risolvere d'un tratto ogni controversia e liberare d'ogni molestia il buon Governo del Re. Per sfortuna, la "testa di ferro" è stata soltanto incisa. O vigliacchi d'Italia, sono tuttora vivo e implacabile." Le trattative per la resa della città si conclusero ad Abbazia il 31 dicembre. L'esodo si protrasse per molti giorni di gennaio, spesso sotto la pioggia o il soffio della bora. Sulle fiancate delle carrozze ferroviarie i legionari avevano scritto le ultime frasi ancora inneggianti al loro Capo e alla città. Lo sgombero avveniva via terra e via mare. I partenti avevano quasi tutti nella loro sacca un viatico autografo del Comandante, un foglio largo percorso da una scrittura alta e vigorosa. Di tanto in tanto lo
prendevano, lo rileggevano e lo baciavano come una sacra reliquia. Mai più i fiumani avrebbero ascoltato la parola che li magnetizzava. Il regime dannunziano era tramontato, un regime che aveva oscillato fra dittatura militare e signoria.

Il Comandante lasciò Fiume il 18 gennaio 1921, a mezzogiorno. Era dunque il momento del commiato. La folla gremiva piazza del Municipio e attendeva d'Annunzio, l'uomo, il superuomo che per lunghi mesi aveva soggiogato col suo fascino la città. Al suo apparire fu sommerso da una pioggia di fiori, mentre si levava nell'aria un grido accorato: "Comandante non abbandonarci". Quando il Comandante si presentò alla ringhiera del Municipio, pallido e smunto, si fece nella piazza un silenzio profondo e impressionante. D'Annunzio, poeta disarmato, cominciò a parlare e quasi la gente non ne riconosceva la voce. Egli colse quello smarrimento e disse: "Voi udite la mia voce, è un'altra voce, non è più quella che scendeva su voi con tanta energia. Ma voi ricordate, fratelli miei, i nostri colloqui sotto le stelle, sotto il sole?". "Sì, sì", gridava la folla. "Voi siete stati perfetti sempre, non io forse." "No, non dirlo. Sei stato sempre più perfetto di noi." "Grazie. Non importa: voi mi avete perdonato tutti i miei errori. Fiumani, fratelli, questa è l'ora più angosciosa della mia vita. Io rifarò fra poco quella via che feci sotto il sole di settembre del 1919. Per Fiume bella, per Fiume sana e forte; eia, eia, eia, alalà! Viva l'Amore! Alalà!"


1 - Il Palazzo del Governo di Fiume;
2 - Discorsi del Poeta in occasione del I anniversario della marcia di Ronchi (12/9/1920);
3 - Discorsi del Poeta in occasione del I anniversario della marcia di Ronchi (12/9/1920);
4 - La finestra dello studio del Poeta nel Palazzo del Governo di Fiume raggiunta da un colpo di cannone sparato dalla corazzata Andrea Doria (26 Dicembre 1920).