Donna Luisa d'Annunzio
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

Mia cara mamma, Domani è il tuo onomastico, ed io vorrei coprirti il volto di baci presentandoti un mazzo di fiori... Ma come fare? Siamo lontani molte miglia e devono passare ancora molti giorni prima di rivederci!... Dovrò ripeterti dunque che tu sei il mio angelo, che io t'amo e ti venero con un ardore ed una forza indicibili, e che vorrei piuttosto morire prima di farti spargere una lacrima di dolore?. Avevo in animo di offrirti un fiorellino dell'aiuola poetica del mio ingegno, un fiorellino leggiadro ed odoroso, ma quel fiorellino non è ancora interamente sbocciato, e c'è bisogno di un altro poco di sole... Ti contenti di averlo fra giorni? Dunque domani cosa farai? Certamente più d'uno dé tuoi pensieri sarà rivolto al tuo Gabriele lontano; non è vero? Scommetto anche che i nostri pensieri e le nostre fantasie s'incontreranno... Per esempio a tavola, quando tu vedrai il mio posto vuoto, ed io non udrò la tua voce gentile; la sera, quando tu non mi vedrai seduto a' tuoi piedi, ed io non sentirò la tua mano carezzevole fra i miei capelli... Addio, intanto; non voglio scriverti di più, perché tu potresti piangere e... sento che ancb'io sto per fare lo stesso. Addio, ti bacio centomila e un milione di volte.

Gabriele tuo

(lettera da Prato, 20 Giugno 1879)

 

 

Luisa de Benedictis nacque a Ortona a Mare nel 1838. "Giovanissima, sui vent'anni - scrive il Vecchioni -, conobbe Francesco Paolo d'Annunzio, chiamato in Ortona dai suoi studi. Le nozze ebbero luogo con gran pompa e la sposa entrò nella nuova casa con tutti gli onori L'amore di Gabriele d'Annunzio per la madre non fu d'ispirazione estetica; meglio di qualunque commento parlano le commosse pagine che d'Annunzio scrisse per la mamma: dall'Inno alla madre mortale ("Laus Vitae") a Consolazione ("Poema Paradisiaco"), dalle pagine del "Notturno" a quelle delle "Faville del maglio" del "Libro Segreto" del "Libro ascetico della giovane Italia".

Basti citare un brano da "Il secondo amante di Lucrezia Buti" in "Le faville del maglio"

Colei che quasi ogni notte si levava per un'ansia subitanea e veniva nella mia stanza e indagava il mio sonno e mi poneva una mano sul cuore e si chinava a bevermi l'alito e sentiva in sé che la vita era bella perche il figlio viveva.

Poesie e prose che testimoniano come l'amore di Gabriele per la madre non solo non subì diminuzioni col passare degli anni ma andò crescendo fino a divenire un vero e proprio culto, perché se "Donna Luisetta" (come la chiamavano tutti a Pescara) fu per il figlio la creatura che più colpiva la innata bontà del suo cuore, fu anche "la grande e silenziosa ispiratrice di tutto il bene che egli fece e donò generosamente nella vita".


Molti anni dopo, in un periodo travagliato soprattutto per le difficoltà economiche nelle quali si dibatteva, ad un anno dall'inizio del suo "esilio" in Francia, d'Annunzio così scriveva a sua madre da Arcachon il 31/12/1911:


"Il tuo figliuolo è triste e inquieto; ma non si dimentica mai di te, se bene i suoi silenzi talvolta sieno lunghi. Tutte le crudeltà della vita non valgono a indurre il centro del mio cuore dove è "la suprema delle tenerezze, la tenerezza per te, cara mamma. Non ti dico altro. So che anche tu penserai a me e mi manderai tutti i tuoi voti."


Il padre di Gabriele d'Annunzio. Francesco Paolo Rapagnetta, nato nel 1838. era stato adottato da una sorella della madre Rita, Anna Lolli, che aveva sposato in seconde nozze, dopo la morte del primo marito, un facoltoso commerciante e armatore, Antonio d'Annunzio.

Camillo Rapagnetta e Rita Lolli cedettero loro il sesto figlio. L'adozione fu approvata dalla Corte civile dell'Aquila con decreto del 4 dicembre 1851. Il poeta descrive la figura del padre in alcuni brani da Il compagno dagli occhi senza cigli" in "Le faville del maglio":


"Mio padre è là. corpulento e sanguigno. un poco ansante, con quel suo sguardo un poco torvo in cui passava talvolta uno strano ardore come di fosforo che vi s'accendesse M'è vicino e m'è lontano, è fatto della mia sostanza e m'è sconosciuto. Ho potuto vivere lungo tempo discosto da lui. talvolta ho potuto avversarlo, talvolta perfino dimenticarlo. Egli aveva in me fin dai primi teneri anni, una fede così certa che fino al giorno della sua morte io non cessai di sentir viva in lui la mia radice. Spirito tirannico quant'altri mai, egli aveva da tempo abdicata la sua autorità sopra me solo attento a vigilare le mie tendenze e a spiare l'ombra dei miei sogni."


"Quando il collegio Cicognini di Prato - scrive ancora il Vecchioni - nel 1879 fece stampare un opuscolo in onore di Re Umberto, con odi a firma dei collegiali Vittorio Garbaglia e Gabriele d'Annunzio, Francesco Paolo fece ristampare la lirica del figlio su foglietti volanti e distribuiti alla cittadinanza di Pescara durante le feste in onore di San Cetteo, Patrono della città, mentre nella piazza centrale Piazza Garibaldi - suonava la banda: e nello stesso anno, e l'anno successivo, fece pubblicare a sue spese le due edizioni di "Primo vere" la prima dal tipografo Giustino Ricci di Chieti e la seconda dall'editore Rocco Carabba di Lanciano. E quando le opere giovanili sollevarono dispute contrastanti e vivaci nella critica letteraria, il gentiluomo di campagna volle consacrare le prime affermazioni poetiche nella casa antica degli avi, facendo dipingere nella volta del salotto al secondo piano i titoli delle prime opere, quasi a legare al patrimonio della famiglia l'animoso discendente in un vincolo di arte e di bellezza. Le pitture risentivano dello stile floreale del tempo: negli angoli del salone quattro colombe ad ali spiegate recavano nel becco piccole cornici dipinte che inquadravano i titoli di "Primo vere" "Canto novo" "Terra vergine" e "Intermezzo di rime". Le pitture sono scomparse per l'ammodernamento dell'edificio, ma rimane il significato di un gesto che serve a meglio lumeggiare il comportamento del padre di Gabriele d'Annunzio come risulta dalle lettere scritte dal figlio negli anni dell'adolescenza e della prima giovinezza".

Tra queste sono significative le due trascritte di seguito, spedite entrambe da Prato, rispettivamente nel 1874 e nel 1879:


"Carissimo babbo, il giubilo che il mio cuore prova mi fa prendere la penna per annunziarti la buona nuova di essere il primo della classe. Oh, con qual dolcezza queste parole balenano sulle mie labbra, qual gioia sento ora al pensare di aver appagato il vostro desiderio come anche quello della mamma e del mio buon maestro il quale onorerò più che mai, dappoiché egli fu che mi avviò nel sentiero dello studio. Intanto ho ricevuto la lettera di Annina insieme a quella del maestro la quale mi rallegrò più che mai. Egli deve compatirmi se fino ad ora non ancora gli scrivo, dappoiché ora anch'io ho le mie occupazioni; se sapeste quanto m'é costato il guadagnarmi il posto da me tanto desiderato, se sapeste quanti ostacoli si sovrapponeva (sic) al mio desiderio, tra gli altri vi era un mio compagno il quale voleva sempre sovrastarmi nei decimi, però tutti i suoi sforzi riuscirono vani. Ora si che ho conosciuto quel proverbio il quale dice Dopo mille di noia un giorno di gioia, dappoiché l'ho messo presto in pratica.
Prato, il 8 di giugno"

"Mio carissimo papà,
Ho lette e rilette ambedue le tue letterine (del 5 e del 7) con una ansia ed un piacere indescrivibili. Quelle parole affettuose, da le quali traspare limpidissima l'anima tua grande e gentile, mi fanno palpitare il cuore di un amore santo e forte che rinnovella e sublima. Me le sento sempre nell'orecchio in un ronzio dolcemente armonioso, come voce amante che mi vada ripetendo con insistenza continua. "Figlio io aspetto!" come canto misterioso che si dilegui promettendo la gloria e la felicità… E sono esse molte volte che mi ridanno il vigore perduto nell'aspre lotte del pensiero; sono esse che mi riconducono a la mente stanca quei bei sogni splendidi dell'Arte, quelle immagini rosee e fiorenti de l'avvenire; sono esse che mi risuonano ancora distinte nell'orecchio quando nella gioia delle vittorie percuoto col pugno vigoroso il tavolino e guardo con gli occhi scintilanti il cielo sereno… Oh! come faro a ricompensarti?… Anche se un giorno potessi deporre ai tuoi piedi l'alloro immortale del poeta, anche se un giorno potessi farti ascoltare il plauso d'Italia intera anche se potessi donarti la corona del Mondo, che avrei fatto per ciò?. . . Oh! avessi il genio, quel genio che getta lampi rischiarando la terra, che strappa grida di ammirazione e lagrime di commozione, che batte l'ali poderose là dove l'altra turba non arriva nè pur co' lo sguardo! avessi quel genio!.. Verrei da te con la fronte sfolgorante di gloria, mi getterei fra le tue braccia e griderei: "O padre,sorridimi e baciami su la fronte: un tuo bacio vale più che non il plauso del mondo intero! Ma io non ho quel genio!… Addio, babbo mio; fammi sempre sentire quelle parole vivificatrici, e confida in me.
Addio; ti stringo al mio petto con amore ineffabile.
Gabriele"


"Ulteriori vicende della vita - scrive il Vecchioni-, determinarono tra padre e figlio rapporti di astio e di avversione, che culminarono nella proiezione artistica di Francesco Paolo d'Annunzio nella figura morale del padre di Giorgio Aurispa del romanzo autobiografico "Trionfo della morte". Terribile atto d'accusa "Trionfo della morte" dove il padre del protagonista viene raffigurato adultero e dissipatore. Ma se Gabriele avesse scritto quel romanzo dieci anni più tardi quando le passioni si fossero placate, nello scolpire la figura del padre sarebbe senza dubbio tornato all'antica comprensione del periodo della prima giovinezza che era il meno atto all'intesa e al confidente abbandono".


È nota la disordinata vita privata del padre del poeta. Francesco Paolo d'Annunzio, abbandonata la famiglia - riferisce l'Alatri - è andato a vivere con una donna a Villa del Fuoco, tra vendite imbrogli e cambiali, si era ridotto in condizioni tali che, di nascosto dalla moglie, aveva cominciato a chiedere al figlio Gabriele di firmargli cambiali e procure, la cui utilizzazione gli aveva consentito di dissipare l'intero patrimonio familiare. Di tutto ciò d'Annunzio dovette occuparsi a Pescara, dove si recò il 5 giugno 1893 avuta notizia della morte del padre, e giunse a sepoltura avvenuta "perché era rimasto sordo al desiderio da lui espresso di rivedere il figlio prima della fine. Riuscì a salvare la sola casa di Pescara, riscattandola con la dote della madre". Rimasta vedova nel 1893, Luisa de Benedictis, "sola col suo dolore lottò accanitamente - scrive ancora il Vecchioni - contro la disgrazia che si abbattè sul patrimonio avito, riuscendo a salvare dagli artigli degli usurai la vecchia casa pescarese, dove era entrata sposa e dove per alcun tempo era stata felice". "La vecchia casa dei d 'Annunzio - ricorda Ennio Flaiano - era bella e semplice. Al primo piano, sul balcone estremo di destra, guardando la facciata, ho visto talvolta seduta, nei tardi pomeriggi, la madre del poeta, Donna Luisa. Una vecchia dal volto noblle, bianca e infelice, dicevano, per la lontananza del figlio".


Gabriele d'Annunzio tornò a Pescara, dopo una assenza di diversi anni, nel marzo 1910. Passò due giorni in famiglia, trovando la vecchia madre ormai ridotta in condizioni fisiche e mentali pietose. La rivide il 30 giugno 1915, restando impressionato dal suo pessimo stato di salute. Dalla sua bocca usciva solo - scrisse il poeta al suo amico Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, una specie di mugolio incomprensibile, reso più tragico dall'espressione degli occhi, dai movimenti bruschi e convulsi delle mani. Durante la prima guerra mondiale d'Annunzio era al fronte. Al principio del 1917 prese quattro mesi di congedo. La sera del 27 gennaio, mentre da Genova si recava a Milano un messo del generale Cadorna gli comunicò la morte della madre. Il poeta, febbricitante, partì per Pescara e partecipò ai funerali con i figli Mario e Gabriellino, in divisa da capitano.


"Era una sera di gennaio - il 27 gennaio 1917 quando un mèsso di Luigi Cadorna mi recò l'annunzio funebre al letto dove m'aveva coricato una gran febbre. Mi alzai, mi avvolsi nelle mie pellicce d'aviatore. Partii. Rifeci nella neve nel ghiaccio e nella febbre il viaggio di quel marzo d'avanti l'esilio. Rivalicai il Tronto. Rividi le foci dei piccoli fiumi. Rividi per la strada litorale i bovi, i carri, l'asinaro dietro il suo somiero. Ripassai sotto l'arco di mattone. Spinsi la mia porta socchiusa. Fiutai l'orribile odore dei fiori. La scala n'era piena. La prima stanza n'era piena. La era la bara. Nelle mie notti di espiazione non avevo contemplato "la morte vestita di non so che celeste pudore"? non avevo pensato all'arte di quel dio che nel di novissimo "rimodellerà i volti dei suoi elettti a simiglianza della sua bellezza recòndita"? Ella era anche più bella che la sua apparizione nella caverna, più bella che qualunque creatura umana da me conosciuta nei miei anni. La sua faccia era rimodellata secondo i lineamenti della sua anima. La sua anima non poteva essersi partita. Era tuttora accesa alla sommità del suo corpo consunto, come quelle fiammelle in cima a quei ceri. E la sua consunzione non era disfacimento. Dopo più di tre giorni, non dava alcun segno o sentore d'impurità.
Era conservata dall'aroma del suo cuore.
Il popolo inginocchiato credeva alla santità, credeva al prodigio. Su la fine del quinto giorno la salma esposta nella chiesa, tuttora scoperta agli occhi del popolo che non si saziava di rimirarla, appariva immune dal fato carnale. L"'amore senza figura" e la "bontà senza figura" del Mistico avevano assunto quell'aspetto al limite dell'eterno. Cosi la morte non era piu un passaggio oscuro tra due luci, ma era la congiunzione chiara di due luci.
Tale fu poi per me, da quel punto." (
Dal Notturno)


In una lettera del 1932 Gabriele d'Annunzio avrebbe ricordato così la madre scomparsa:


"Vidi la salma intatta, immune da qualunque indizio di morte corporale raggiante di una bellezza che fino a oggi non ho potuto significare e che forse non saprò mai. Ella mi rivelava in sé la cima del mio spirito, mi mostrava i lineamenti più segreti della mia aspirazione incorrotta. Donna Luisa de Benedictis d'Annunzio fu sepolta nel cimitero di S. Silvestro e sulla tomba fu posta una croce assai semplice fatta con due assi di legno di un peschereccio: Drizzammo sopra il tumulo di zolla una rozza croce fatta con la costa maestra e col baglio di un nostro vecchio trabaccolo: una rozza e nera croce incatramata. Il 28 agosto 1949 la salma fu collocata nell'arca scolpita da Arrigo Minerbi all'interno della cappella situata nel braccio sinistro del transetto della nuova chiesa di S Cetteo -Tempio della Conciliazione - costruita tra il 1933 e il 1938. Anche la croce di legno fu trasferita in S. Cetteo, dove è visibile nella parete di fondo della cappella. Mio caro caro babbo, ti scrissi ieri sera a lungo, ma ti riscrivo oggi per augurarti con gran cuore di figlio la felicità più splendida e più lunga ch'io abbia mai sognata per te. Quello di domani sarà per me un giorno di raccoglimento e di pensiero. Ti rammenti quando ero bimbo e venivo alla prima mattina in camera tua tutto scintillante di gioia e ti portavo i fiori? Allora ero un fiore anch'io crescente al sole degli affetti familiari, e nessuna ombra di nube turbava mai la mia lievezza e nessun desiderio vivo mi tormentava l'anima... Ora non più fiore, ma quasi uomo, con forti nervi, con passioni ardenti, con ideali disperatamente agognati: ora non più fiore, ma quercia giovine e libera e con audacia sfidante i venti aspri della vita. Arriverò alle ultime vette dell'arte e della gloria? O cadrò combattendo a mezzo del sentiero? lo mi auguro un'immensa superba vittoria, io mi auguro di porgerti la fronte raggiante a un bacio sublime. E augurandomi questo, io so di fare anche a te, o mio buono, o mio nobile, o mio più caro più caro amico, so di fare anche a te un augurio divino. Centomila baci con tutta l'anima.
Sono tuo sempre Gabriele.
"


"Quando dissi a Donna Luisa che le avrei fatto una grande e bella fotografia ella si mise a ridere. Il suo più recente ritratto risaliva a vent'anni prima "Non importa, bisogna fare una grande fotografia e mandarne una copia a Gabriele". Le vicende della posa furono per lei uno svago. Pochi giorni dopo tornai con diverse copie. Ella ne scelse una e vi scrisse sopra "Al mio Gabriele perché torni presto. La mamma"'.
(L. Antonelli, da "La tribuna", Roma, 27 settembre 1911).

ll Poeta suggerì all'Abate Brandano le parole da incidere sull'architrave della tomba di Luisa d'Annunzio in S. Cetteo in una lettera del 1933:

"Caro Fratello, fratelmo, mando lo spiritello d'una sirocchia rondine a volar rasente la prima pietra della Chiesa nova.
Hic iacet genetrix Gabrielis Nuntii - Aloysia de Benedictis - Mater mirabilis"


Dall'alto:

1 - La mamma del Poeta, Donna Luisa d'Annunzio;
2 - Il padre del Poeta, Francesco Paolo Rapagnetta;
3 - La volta con i titoli delle prime opere del Poeta;
4 - Dedica del Poeta su una foto della madre (dal "Poema Paradisiaco");
5 - La tomba di Luisa d'Annunzio in San Cetteo.