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Luisa de Benedictis nacque a Ortona a Mare nel 1838. "Giovanissima, sui vent'anni
- scrive il Vecchioni -, conobbe Francesco Paolo d'Annunzio, chiamato in Ortona dai suoi studi. Le nozze ebbero luogo con
gran pompa e la sposa entrò nella nuova casa con tutti gli onori
L'amore di Gabriele d'Annunzio per la madre non fu d'ispirazione
estetica; meglio di qualunque commento parlano le commosse pagine
che d'Annunzio scrisse per la mamma: dall'Inno alla madre mortale
("Laus Vitae") a Consolazione ("Poema Paradisiaco"), dalle pagine del "Notturno" a quelle delle "Faville del maglio" del "Libro Segreto" del "Libro ascetico della giovane Italia".
Basti citare un brano da "Il secondo amante di Lucrezia Buti" in "Le faville del maglio"
- Colei che quasi ogni notte si levava per un'ansia subitanea e
veniva nella mia stanza e indagava il mio sonno e mi poneva una
mano sul cuore e si chinava a bevermi l'alito e sentiva in sé
che la vita era bella perche il figlio viveva.
Poesie e prose che testimoniano come l'amore di Gabriele per la
madre non solo non subì diminuzioni col passare degli anni ma
andò crescendo fino a divenire un vero e proprio culto, perché
se "Donna Luisetta" (come la chiamavano tutti a Pescara) fu per il figlio la creatura
che più colpiva la innata bontà del suo cuore, fu anche "la grande
e silenziosa ispiratrice di tutto il bene che egli fece e donò
generosamente nella vita".
Molti anni dopo, in un periodo travagliato soprattutto per le
difficoltà economiche nelle quali si dibatteva, ad un anno dall'inizio
del suo "esilio" in Francia, d'Annunzio così scriveva a sua madre
da Arcachon il 31/12/1911:
"Il tuo figliuolo è triste e inquieto; ma non si dimentica mai
di te, se bene i suoi silenzi talvolta sieno lunghi. Tutte le
crudeltà della vita non valgono a indurre il centro del mio cuore
dove è "la suprema delle tenerezze, la tenerezza per te, cara
mamma. Non ti dico altro. So che anche tu penserai a me e mi manderai
tutti i tuoi voti."
Il padre di Gabriele d'Annunzio. Francesco Paolo Rapagnetta, nato nel 1838. era stato adottato da una sorella della madre
Rita, Anna Lolli, che aveva sposato in seconde nozze, dopo la morte del primo
marito, un facoltoso commerciante e armatore, Antonio d'Annunzio.
Camillo Rapagnetta e Rita Lolli cedettero loro il sesto figlio.
L'adozione fu approvata dalla Corte civile dell'Aquila con decreto
del 4 dicembre 1851. Il poeta descrive la figura del padre in
alcuni brani da Il compagno dagli occhi senza cigli" in "Le faville
del maglio":
"Mio padre è là. corpulento e sanguigno. un poco ansante, con
quel suo sguardo un poco torvo in cui passava talvolta uno strano
ardore come di fosforo che vi s'accendesse M'è vicino e m'è lontano,
è fatto della mia sostanza e m'è sconosciuto. Ho potuto vivere
lungo tempo discosto da lui. talvolta ho potuto avversarlo, talvolta
perfino dimenticarlo. Egli aveva in me fin dai primi teneri anni,
una fede così certa che fino al giorno della sua morte io non
cessai di sentir viva in lui la mia radice. Spirito tirannico
quant'altri mai, egli aveva da tempo abdicata la sua autorità
sopra me solo attento a vigilare le mie tendenze e a spiare l'ombra
dei miei sogni."
"Quando il collegio Cicognini di Prato - scrive ancora il Vecchioni - nel 1879 fece stampare un opuscolo
in onore di Re Umberto, con odi a firma dei collegiali Vittorio
Garbaglia e Gabriele d'Annunzio, Francesco Paolo fece ristampare
la lirica del figlio su foglietti volanti e distribuiti alla cittadinanza
di Pescara durante le feste in onore di San Cetteo, Patrono della città, mentre nella piazza centrale Piazza Garibaldi - suonava la banda: e nello stesso anno, e l'anno successivo,
fece pubblicare a sue spese le due edizioni di "Primo vere" la
prima dal tipografo Giustino Ricci di Chieti e la seconda dall'editore
Rocco Carabba di Lanciano. E quando le opere giovanili sollevarono dispute contrastanti e
vivaci nella critica letteraria, il gentiluomo di campagna volle
consacrare le prime affermazioni poetiche nella casa antica degli
avi, facendo dipingere nella volta del salotto al secondo piano
i titoli delle prime opere, quasi a legare al patrimonio della
famiglia l'animoso discendente in un vincolo di arte e di bellezza.
Le pitture risentivano dello stile floreale del tempo: negli angoli
del salone quattro colombe ad ali spiegate recavano nel becco
piccole cornici dipinte che inquadravano i titoli di "Primo vere" "Canto novo" "Terra vergine" e "Intermezzo di rime". Le pitture sono scomparse per l'ammodernamento dell'edificio,
ma rimane il significato di un gesto che serve a meglio lumeggiare
il comportamento del padre di Gabriele d'Annunzio come risulta
dalle lettere scritte dal figlio negli anni dell'adolescenza e
della prima giovinezza".
Tra queste sono significative le due trascritte di seguito, spedite
entrambe da Prato, rispettivamente nel 1874 e nel 1879:
"Carissimo babbo, il giubilo che il mio cuore prova mi fa prendere
la penna per annunziarti la buona nuova di essere il primo della
classe. Oh, con qual dolcezza queste parole balenano sulle mie
labbra, qual gioia sento ora al pensare di aver appagato il vostro
desiderio come anche quello della mamma e del mio buon maestro
il quale onorerò più che mai, dappoiché egli fu che mi avviò nel
sentiero dello studio. Intanto ho ricevuto la lettera di Annina
insieme a quella del maestro la quale mi rallegrò più che mai.
Egli deve compatirmi se fino ad ora non ancora gli scrivo, dappoiché
ora anch'io ho le mie occupazioni; se sapeste quanto m'é costato
il guadagnarmi il posto da me tanto desiderato, se sapeste quanti
ostacoli si sovrapponeva (sic) al mio desiderio, tra gli altri
vi era un mio compagno il quale voleva sempre sovrastarmi nei
decimi, però tutti i suoi sforzi riuscirono vani. Ora si che ho
conosciuto quel proverbio il quale dice Dopo mille di noia un
giorno di gioia, dappoiché l'ho messo presto in pratica.
Prato, il 8 di giugno"
"Mio carissimo papà,
Ho lette e rilette ambedue le tue letterine (del 5 e del 7) con
una ansia ed un piacere indescrivibili. Quelle parole affettuose,
da le quali traspare limpidissima l'anima tua grande e gentile,
mi fanno palpitare il cuore di un amore santo e forte che rinnovella
e sublima. Me le sento sempre nell'orecchio in un ronzio dolcemente
armonioso, come voce amante che mi vada ripetendo con insistenza
continua. "Figlio io aspetto!" come canto misterioso che si dilegui
promettendo la gloria e la felicità
E sono esse molte volte che
mi ridanno il vigore perduto nell'aspre lotte del pensiero; sono
esse che mi riconducono a la mente stanca quei bei sogni splendidi
dell'Arte, quelle immagini rosee e fiorenti de l'avvenire; sono
esse che mi risuonano ancora distinte nell'orecchio quando nella
gioia delle vittorie percuoto col pugno vigoroso il tavolino e
guardo con gli occhi scintilanti il cielo sereno
Oh! come faro
a ricompensarti?
Anche se un giorno potessi deporre ai tuoi piedi
l'alloro immortale del poeta, anche se un giorno potessi farti
ascoltare il plauso d'Italia intera anche se potessi donarti la
corona del Mondo, che avrei fatto per ciò?. . . Oh! avessi il
genio, quel genio che getta lampi rischiarando la terra, che strappa
grida di ammirazione e lagrime di commozione, che batte l'ali
poderose là dove l'altra turba non arriva nè pur co' lo sguardo!
avessi quel genio!.. Verrei da te con la fronte sfolgorante di
gloria, mi getterei fra le tue braccia e griderei: "O padre,sorridimi
e baciami su la fronte: un tuo bacio vale più che non il plauso
del mondo intero! Ma io non ho quel genio!
Addio, babbo mio;
fammi sempre sentire quelle parole vivificatrici, e confida in
me.
Addio; ti stringo al mio petto con amore ineffabile.
Gabriele"
"Ulteriori vicende della vita - scrive il Vecchioni-, determinarono
tra padre e figlio rapporti di astio e di avversione, che culminarono
nella proiezione artistica di Francesco Paolo d'Annunzio nella
figura morale del padre di Giorgio Aurispa del romanzo autobiografico
"Trionfo della morte". Terribile atto d'accusa "Trionfo della
morte" dove il padre del protagonista viene raffigurato adultero
e dissipatore. Ma se Gabriele avesse scritto quel romanzo dieci
anni più tardi quando le passioni si fossero placate, nello scolpire
la figura del padre sarebbe senza dubbio tornato all'antica comprensione
del periodo della prima giovinezza che era il meno atto all'intesa
e al confidente abbandono".
È nota la disordinata vita privata del padre del poeta. Francesco
Paolo d'Annunzio, abbandonata la famiglia - riferisce l'Alatri
- è andato a vivere con una donna a Villa del Fuoco, tra vendite
imbrogli e cambiali, si era ridotto in condizioni tali che, di
nascosto dalla moglie, aveva cominciato a chiedere al figlio Gabriele
di firmargli cambiali e procure, la cui utilizzazione gli aveva
consentito di dissipare l'intero patrimonio familiare. Di tutto
ciò d'Annunzio dovette occuparsi a Pescara, dove si recò il 5
giugno 1893 avuta notizia della morte del padre, e giunse a sepoltura
avvenuta "perché era rimasto sordo al desiderio da lui espresso
di rivedere il figlio prima della fine. Riuscì a salvare la sola
casa di Pescara, riscattandola con la dote della madre". Rimasta
vedova nel 1893, Luisa de Benedictis, "sola col suo dolore lottò
accanitamente - scrive ancora il Vecchioni - contro la disgrazia
che si abbattè sul patrimonio avito, riuscendo a salvare dagli
artigli degli usurai la vecchia casa pescarese, dove era entrata
sposa e dove per alcun tempo era stata felice". "La vecchia casa
dei d 'Annunzio - ricorda Ennio Flaiano - era bella e semplice. Al primo piano, sul balcone estremo di
destra, guardando la facciata, ho visto talvolta seduta, nei tardi
pomeriggi, la madre del poeta, Donna Luisa. Una vecchia dal volto
noblle, bianca e infelice, dicevano, per la lontananza del figlio".
Gabriele d'Annunzio tornò a Pescara, dopo una assenza di diversi
anni, nel marzo 1910. Passò due giorni in famiglia, trovando la
vecchia madre ormai ridotta in condizioni fisiche e mentali pietose.
La rivide il 30 giugno 1915, restando impressionato dal suo pessimo
stato di salute. Dalla sua bocca usciva solo - scrisse il poeta
al suo amico Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, una specie di mugolio incomprensibile,
reso più tragico dall'espressione degli occhi, dai movimenti bruschi
e convulsi delle mani. Durante la prima guerra mondiale d'Annunzio
era al fronte. Al principio del 1917 prese quattro mesi di congedo.
La sera del 27 gennaio, mentre da Genova si recava a Milano un
messo del generale Cadorna gli comunicò la morte della madre.
Il poeta, febbricitante, partì per Pescara e partecipò ai funerali
con i figli Mario e Gabriellino, in divisa da capitano.
"Era una sera di gennaio - il 27 gennaio 1917 quando un mèsso
di Luigi Cadorna mi recò l'annunzio funebre al letto dove m'aveva
coricato una gran febbre. Mi alzai, mi avvolsi nelle mie pellicce
d'aviatore. Partii. Rifeci nella neve nel ghiaccio e nella febbre
il viaggio di quel marzo d'avanti l'esilio. Rivalicai il Tronto.
Rividi le foci dei piccoli fiumi. Rividi per la strada litorale
i bovi, i carri, l'asinaro dietro il suo somiero. Ripassai sotto
l'arco di mattone. Spinsi la mia porta socchiusa. Fiutai l'orribile
odore dei fiori. La scala n'era piena. La prima stanza n'era piena.
La era la bara. Nelle mie notti di espiazione non avevo contemplato
"la morte vestita di non so che celeste pudore"? non avevo pensato
all'arte di quel dio che nel di novissimo "rimodellerà i volti
dei suoi elettti a simiglianza della sua bellezza recòndita"?
Ella era anche più bella che la sua apparizione nella caverna,
più bella che qualunque creatura umana da me conosciuta nei miei
anni. La sua faccia era rimodellata secondo i lineamenti della
sua anima. La sua anima non poteva essersi partita. Era tuttora
accesa alla sommità del suo corpo consunto, come quelle fiammelle
in cima a quei ceri. E la sua consunzione non era disfacimento.
Dopo più di tre giorni, non dava alcun segno o sentore d'impurità.
Era conservata dall'aroma del suo cuore.
Il popolo inginocchiato credeva alla santità, credeva al prodigio.
Su la fine del quinto giorno la salma esposta nella chiesa, tuttora
scoperta agli occhi del popolo che non si saziava di rimirarla,
appariva immune dal fato carnale. L"'amore senza figura" e la
"bontà senza figura" del Mistico avevano assunto quell'aspetto
al limite dell'eterno. Cosi la morte non era piu un passaggio
oscuro tra due luci, ma era la congiunzione chiara di due luci.
Tale fu poi per me, da quel punto." (Dal Notturno)
In una lettera del 1932 Gabriele d'Annunzio avrebbe ricordato
così la madre scomparsa:
"Vidi la salma intatta, immune da qualunque indizio di morte corporale
raggiante di una bellezza che fino a oggi non ho potuto significare
e che forse non saprò mai. Ella mi rivelava in sé la cima del
mio spirito, mi mostrava i lineamenti più segreti della mia aspirazione
incorrotta. Donna Luisa de Benedictis d'Annunzio fu sepolta nel
cimitero di S. Silvestro e sulla tomba fu posta una croce assai
semplice fatta con due assi di legno di un peschereccio: Drizzammo
sopra il tumulo di zolla una rozza croce fatta con la costa maestra
e col baglio di un nostro vecchio trabaccolo: una rozza e nera
croce incatramata. Il 28 agosto 1949 la salma fu collocata nell'arca
scolpita da Arrigo Minerbi all'interno della cappella situata
nel braccio sinistro del transetto della nuova chiesa di S Cetteo
-Tempio della Conciliazione - costruita tra il 1933 e il 1938.
Anche la croce di legno fu trasferita in S. Cetteo, dove è visibile
nella parete di fondo della cappella. Mio caro caro babbo, ti
scrissi ieri sera a lungo, ma ti riscrivo oggi per augurarti con
gran cuore di figlio la felicità più splendida e più lunga ch'io
abbia mai sognata per te. Quello di domani sarà per me un giorno
di raccoglimento e di pensiero. Ti rammenti quando ero bimbo e
venivo alla prima mattina in camera tua tutto scintillante di
gioia e ti portavo i fiori? Allora ero un fiore anch'io crescente
al sole degli affetti familiari, e nessuna ombra di nube turbava
mai la mia lievezza e nessun desiderio vivo mi tormentava l'anima...
Ora non più fiore, ma quasi uomo, con forti nervi, con passioni
ardenti, con ideali disperatamente agognati: ora non più fiore,
ma quercia giovine e libera e con audacia sfidante i venti aspri
della vita. Arriverò alle ultime vette dell'arte e della gloria?
O cadrò combattendo a mezzo del sentiero? lo mi auguro un'immensa
superba vittoria, io mi auguro di porgerti la fronte raggiante
a un bacio sublime. E augurandomi questo, io so di fare anche
a te, o mio buono, o mio nobile, o mio più caro più caro amico,
so di fare anche a te un augurio divino. Centomila baci con tutta
l'anima.
Sono tuo sempre Gabriele."
"Quando dissi a Donna Luisa che le avrei fatto una grande e bella
fotografia ella si mise a ridere. Il suo più recente ritratto
risaliva a vent'anni prima "Non importa, bisogna fare una grande
fotografia e mandarne una copia a Gabriele". Le vicende della
posa furono per lei uno svago. Pochi giorni dopo tornai con diverse
copie. Ella ne scelse una e vi scrisse sopra "Al mio Gabriele
perché torni presto. La mamma"'. (L. Antonelli, da "La tribuna", Roma, 27 settembre 1911).
ll Poeta suggerì all'Abate Brandano le parole da incidere sull'architrave
della tomba di Luisa d'Annunzio in S. Cetteo in una lettera del
1933:
"Caro Fratello, fratelmo, mando lo spiritello d'una sirocchia
rondine a volar rasente la prima pietra della Chiesa nova.
Hic iacet genetrix Gabrielis Nuntii - Aloysia de Benedictis -
Mater mirabilis" |