D'Annunzio pronuncia il suo
discorso interventistico
il 5 Maggio 1915

Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

All'inizio del 1916 d'Annunzio riportò gravi ferite al capo per un ammaraggio di fortuna presso Trieste e fu costretto a rimanere a lungo a letto con gli occhi bendati; avrebbe recuperato la vista solo al sinistro:

"...Ecco quello che accade.
Il dottore, prima di rifasciarmi, con una crudeltà inconsapevole mi presenta il suo piccolo specchio rotondo..,
E rimango solo davanti all'imagine della mia miseria.., È il mio viso, come nello specchio, come nella luce vivida, ma carico di una vecchiaia quale non patì mai alcun essere perituro. Da qual fondo di dolori e di colpe mi ritorna? Quanti anni di servitù hanno solcato quella fronte? Quanti anni di fatica hanno aggrinzito quella gota? Quanti anni di stanchezza hanno avvizzito quelle labbra? Ringiovanisco, d'un tratto, con un aspetto tirannico e folle… È un viso di giovinetto, il mio viso di sedici anni. Ecco che tutta la mia disperazione s'affoca e sfavilla come sotto un gran colpo di maglio.
La fronte è liscia sotto le masse dense dei capelli scuri. I sopraccigli sotto disegnati con tanta purità che danno qualche cosa d'indicibilmente virgineo alla malinconia dei grandi occhi. La bella bocca socchiusa lascia passare l'ansia, come quando il cuore si gonfia d'un sogno che minaccia di schiantarlo, Fermati ancora per un attimo, o annunziatore dell'Alba! Consolami, la forza cieca della trasformazione è inarrestabile. Il mio buio e scosso da tonfi sordi. Il cuore pulsa contro la nuca dolorosa. Tutto si traspone, nel corpo e nell'anima. Non sento più i confini del mio scheletro, l'infanzia e la vecchiezza sono una sola sciagura?…
Eppure mi riconosco; eppure nell'orridezza innaturale è un baleno della somiglianza, un'impronta della discendenza, un segno della genitura. Che è questo terrore che mi scioglie le ossa? Il tuono del cannone mi scrolla dalle fondamenta la casa, e gli occhi nelle orbite, O forse è il rombo della mia agonia? Non posso sfuggire, Non ho ciglia, non ho palpebre. Il cieco è condannato a vedere sempre, voi lo sapete, voi lo sapete, io non mi sono mai risparmiato, io non ho mai domandato ad alcuno di risparmiarmi. Ma questa volta domando, questa volta supplico. Eccola! È fatta di me, è intrisa di quella mia tristezza che non mi montò mai fino al cuore perché pesava troppo. E ora mi monta all'orlo degli occhi, là dove a tutti gli uomini arriva il mare del pianto. È triste di me, è vecchia di me, è inferma di me. È mia madre."

(Dal "Notturno")

 

 

L'INTERVENTISMO DANNUNZIANO E L'INIZIO DELLE OSTILITÀ

Fin dal 2 aprile del 1915 - scrive l'Ulivi - il governo italiano aveva firmato a Londra un patto per l'entrata in guerra dell'Italia, a fianco delle potenze dell'Intesa. Il 3 maggio la Triplice fu denunciata. Ufficialmente, però, le espressioni del discorso dannunziano di Genova, che era stato preso a conoscenza sempre il 3 maggio dal Consiglio dei ministri, non potevano essere approvate. Era l'ultimo schermo di una posizione diplomatica. Perciò, il re non poteva essere presente: in compenso fu deciso che avrebbe inviato un telegramma, attribuendo l'assenza alle "cure di stato", vista la gravità del momento.

D'Annunzio il 5 maggio cominciò il discorso a Quarto, alla Sagra dei Mille, come se il re fosse presente, con le parole "Maestà del Re d'Italia". Parlando la sera prima a Genova, aveva premesso che l'assenza era spiegabile col "dovere della vigilanza estrema" e la "necessità di stare a buona guardia". A Quarto alluse poi a "La Maestà del Re assente ma presente". Forse non gli dispiaceva che l'attenzione convergesse soltanto su lui. Anche i discorsi interventistici che seguirono a quelli genovesi non fanno che riflettere via via, la forma mentis sottostante: la mentalità di chi, una volta al centro del gioco, butta sul tavolo con sempre maggior accelerazione le sue carte, con una specie di gusto esasperato, di furor bellicus, che s'incrementa, come s'incrementeranno fra breve di lui le ripetute incursioni aviatorie. "Ariel armato" è stato detto. E nativamente belligero.

Le accoglienze a Roma furono ancora più scatenate di quelle a Genova. La notte del 13 maggio l'allocuzione antigiolittiana fu di una violenza mai verificatasi nell'agone politico. Disse fra l'altro: "Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni e di azioni romane. Se considerato è come crimine l'incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo... Ogni eccesso di forza è lecito, se vale a impedire che la Patria si perda. Nuovo intervento oratorio di d'Annunzio, dalla ringhiera del Campidoglio, 17 maggio. Quando fu recata al poeta la spada di Nino Bixio, l'esaltazione raggiunse il colmo. Subito dopo, fu ricevuto dal re. Dopo il colloquio, che probabilmente si svolse in termini generici, e intendeva avere il senso di un'approvazione di massima, d'Annunzio inviò al re una copia con dedica del "Forse che sì forse che no".

Il 20 maggio Salandra ebbe dal Parlamento i pieni poteri, con l'astensione dei voti socialisti. D'Annunzio, che aveva assunto la posizione di una personalità ufficiale, fu ricevuto dal presidente del Consiglio, dal ministro della Marina, da quello della Guerra; a quest'ultimo espresse il desiderio di essere assunto in servizio attivo come ufficiale. Il 23 maggio il duca d'Avarra, ambasciatore d'Italia a Vienna, notificò al governo austriaco la dichiarazione di guerra. Il 24 segnò l'inizio delle ostilità.

La sera, in una piccola trattoria romana, d'Annunzio parlò di fronte a pochi intimi: disse della "ebrezza" che stava per cominciare e del sangue che stava per sgorgare dal "corpo della patria". Concluse: "Ecco l'alba, o compagni, ecco la diana; e fra poco sarà l'aurora. Abbracciamoci e prendiamo commiato. Quel che abbiamo fatto è fatto. Ora bisogna che ci separiamo e che poi ci ritroviamo. Il nostro Dio ci conceda di ritrovarci, o vivi o morti, in un luogo di luce." Dopo molti passi nei due ministeri militari, finalmente - confidò all'Albertini - aveva ricevuto "una lettera, bellissima, del grande Cadorna, nella quale mi si assicura cbe sarò chiamato in servizio come ufficiale dei Lancieri di Novara e destinato al comando dell'Armata che opera agli ordini del duca d'Aosta. Sarò inoltre autorizzato a recarmi presso il Comando delle varie Armate per assistere agli atti che si verranno svolgendo sull'intero fronte dell'Esercito. Benissimo. Ricevo nel medesimo tempo una lettera dell'Ammiraglio Viale che mi permette di andare a Venezia e di seguire le operazioni navali".

Restava il problema di conciliare "la terra e il mare". Il 30 giugno, ormai militare ed equipaggiato, poté recarsi a trovare la madre, che non vedeva da cinque anni. Ma la madre non era più nemmeno in grado di muoversi. Scrisse all'Albertini: "Non è più se non una atroce ruina umana. Non può più camminare - cosa ancor più orribile - non può più parlare!!! Quella sua bocca dolorosa, da cui ho udito le parole più pure che siano scese in cuore di figlio, si apre a una specie di mugolio
incomprensibile..." Per sottrarlo a quella tortura Michetti l'aveva fatto ripartire nella notte. Era l'ultima volta che l'avrebbe rivista viva. In guerra, il comando supremo ebbe la saggia decisione di lasciarlo libero d'intervenire dove e quando avesse voluto, da aviatore o da marinaio.

Scriverà al Presidente del Consiglio Antonio Salandra, il 29 luglio 1915: "...io sono un soldato. Ho voluto essere un soldato... ho una situazione militare in perfetta regola. Non soltanto ho la facoltà, ma ho l'obbligo di combattere....Voi volete salvare la mia vita preziosa, voi mi stimate oggetto da museo....Ebbene, ecco io getto la mia vita, soltanto pel piacere di contraddirvi e di gettarla". "Si potrà osservare - scrisse padre Semeria, animatore del periodo bellico - che d'Annunzio non conobbe i fastidi della trincea, non conobbe i pidocchi e gli altri insetti che hanno infastidito gli altri soldati. È vero. Ma tali fastidi non li ebbe nessun altro ufficiale di aviazione e nessun marinaio. E si ricordi che aveva cinquantadue anni. Né si può negare che egli, conoscendo il pericolo, non cercò di scansarlo, e l'affrontò sempre, con insistenza, con petulanza, sì che può considerarsi un miracolo se ha potuto sopravvivere alla guerra". Scriverà: "Non voglio la pace, voglio morire nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la mia più bella vittoria".

Della sua vita di fante d'Annunzio ha narrato questo episodio: "Odo alla mia sinistra l'accento d'Abruzzo, un suono di terra natale. Il linguaggio natale mi riaffluisce alla gola, alle labbra. Chiamo, grido, interrogo. M'é risposto. M'é dato il rude e fiero "tu" paesano e romano. - E tu chi si? e tu chi sei? - I' so d'Annunzie Tu si' d'Annunzie! Gabbriele! Lo stupore spalancava la bocca del piccolo fante. - E chi sti' fa' ècche. Vàttene! Vàttene. Si i' me more, n'n è niente. Ma si tu te muore chi t'arrefà?".


Dall'alto in basso:

1 - Il Poeta a Quarto;
2 - L'orazione alla Sagra dei Mille;
3 - Il Poeta con l'occhio destro bendato (1916);
4 - D'Annunzio con il Duca d'Aosta.