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L'INTERVENTISMO DANNUNZIANO E L'INIZIO DELLE OSTILITÀ
Fin dal 2 aprile del 1915 - scrive l'Ulivi - il governo italiano aveva firmato a Londra un patto per l'entrata in guerra dell'Italia, a fianco delle
potenze dell'Intesa. Il 3 maggio la Triplice fu denunciata. Ufficialmente,
però, le espressioni del discorso dannunziano di Genova, che era
stato preso a conoscenza sempre il 3 maggio dal Consiglio dei
ministri, non potevano essere approvate. Era l'ultimo schermo
di una posizione diplomatica. Perciò, il re non poteva essere
presente: in compenso fu deciso che avrebbe inviato un telegramma,
attribuendo l'assenza alle "cure di stato", vista la gravità del
momento.
D'Annunzio il 5 maggio cominciò il discorso a Quarto, alla Sagra dei Mille, come se il re fosse presente, con le parole
"Maestà del Re d'Italia". Parlando la sera prima a Genova, aveva
premesso che l'assenza era spiegabile col "dovere della vigilanza
estrema" e la "necessità di stare a buona guardia". A Quarto alluse
poi a "La Maestà del Re assente ma presente". Forse non gli dispiaceva
che l'attenzione convergesse soltanto su lui. Anche i discorsi
interventistici che seguirono a quelli genovesi non fanno che
riflettere via via, la forma mentis sottostante: la mentalità
di chi, una volta al centro del gioco, butta sul tavolo con sempre
maggior accelerazione le sue carte, con una specie di gusto esasperato,
di furor bellicus, che s'incrementa, come s'incrementeranno fra
breve di lui le ripetute incursioni aviatorie. "Ariel armato"
è stato detto. E nativamente belligero.

Le accoglienze a Roma furono ancora più scatenate di quelle a
Genova. La notte del 13 maggio l'allocuzione antigiolittiana fu
di una violenza mai verificatasi nell'agone politico. Disse fra
l'altro: "Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non
è più tempo di concioni ma di azioni e di azioni romane. Se considerato
è come crimine l'incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò
di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo... Ogni eccesso
di forza è lecito, se vale a impedire che la Patria si perda.
Nuovo intervento oratorio di d'Annunzio, dalla ringhiera del Campidoglio,
17 maggio. Quando fu recata al poeta la spada di Nino Bixio, l'esaltazione
raggiunse il colmo. Subito dopo, fu ricevuto dal re. Dopo il colloquio,
che probabilmente si svolse in termini generici, e intendeva avere
il senso di un'approvazione di massima, d'Annunzio inviò al re
una copia con dedica del "Forse che sì forse che no".
Il 20 maggio Salandra ebbe dal Parlamento i pieni poteri, con l'astensione dei voti
socialisti. D'Annunzio, che aveva assunto la posizione di una
personalità ufficiale, fu ricevuto dal presidente del Consiglio,
dal ministro della Marina, da quello della Guerra; a quest'ultimo
espresse il desiderio di essere assunto in servizio attivo come
ufficiale. Il 23 maggio il duca d'Avarra, ambasciatore d'Italia a Vienna, notificò al governo austriaco
la dichiarazione di guerra. Il 24 segnò l'inizio delle ostilità.
La sera, in una piccola trattoria romana, d'Annunzio parlò di
fronte a pochi intimi: disse della "ebrezza" che stava per cominciare
e del sangue che stava per sgorgare dal "corpo della patria".
Concluse: "Ecco l'alba, o compagni, ecco la diana; e fra poco
sarà l'aurora. Abbracciamoci e prendiamo commiato. Quel che abbiamo
fatto è fatto. Ora bisogna che ci separiamo e che poi ci ritroviamo.
Il nostro Dio ci conceda di ritrovarci, o vivi o morti, in un
luogo di luce." Dopo molti passi nei due ministeri militari, finalmente
- confidò all'Albertini - aveva ricevuto "una lettera, bellissima, del grande Cadorna, nella quale mi si assicura cbe sarò chiamato in servizio come
ufficiale dei Lancieri di Novara e destinato al comando dell'Armata
che opera agli ordini del duca d'Aosta. Sarò inoltre autorizzato
a recarmi presso il Comando delle varie Armate per assistere agli
atti che si verranno svolgendo sull'intero fronte dell'Esercito.
Benissimo. Ricevo nel medesimo tempo una lettera dell'Ammiraglio
Viale che mi permette di andare a Venezia e di seguire le operazioni
navali".
Restava il problema di conciliare "la terra e il mare". Il 30
giugno, ormai militare ed equipaggiato, poté recarsi a trovare
la madre, che non vedeva da cinque anni. Ma la madre non era più
nemmeno in grado di muoversi. Scrisse all'Albertini: "Non è più
se non una atroce ruina umana. Non può più camminare - cosa ancor
più orribile - non può più parlare!!! Quella sua bocca dolorosa,
da cui ho udito le parole più pure che siano scese in cuore di
figlio, si apre a una specie di mugolio
incomprensibile..." Per sottrarlo a quella tortura Michetti l'aveva
fatto ripartire nella notte. Era l'ultima volta che l'avrebbe
rivista viva. In guerra, il comando supremo ebbe la saggia decisione
di lasciarlo libero d'intervenire dove e quando avesse voluto,
da aviatore o da marinaio.
Scriverà al Presidente del Consiglio Antonio Salandra, il 29 luglio 1915: "...io sono un soldato. Ho voluto essere
un soldato... ho una situazione militare in perfetta regola. Non
soltanto ho la facoltà, ma ho l'obbligo di combattere....Voi volete
salvare la mia vita preziosa, voi mi stimate oggetto da museo....Ebbene,
ecco io getto la mia vita, soltanto pel piacere di contraddirvi
e di gettarla". "Si potrà osservare - scrisse padre Semeria, animatore del periodo bellico - che d'Annunzio non conobbe i
fastidi della trincea, non conobbe i pidocchi e gli altri insetti
che hanno infastidito gli altri soldati. È vero. Ma tali fastidi
non li ebbe nessun altro ufficiale di aviazione e nessun marinaio.
E si ricordi che aveva cinquantadue anni. Né si può negare che
egli, conoscendo il pericolo, non cercò di scansarlo, e l'affrontò
sempre, con insistenza, con petulanza, sì che può considerarsi
un miracolo se ha potuto sopravvivere alla guerra". Scriverà:
"Non voglio la pace, voglio morire nella passione e nel combattimento.
E voglio che la mia morte sia la mia più bella vittoria".
Della sua vita di fante d'Annunzio ha narrato questo episodio:
"Odo alla mia sinistra l'accento d'Abruzzo, un suono di terra
natale. Il linguaggio natale mi riaffluisce alla gola, alle labbra.
Chiamo, grido, interrogo. M'é risposto. M'é dato il rude e fiero
"tu" paesano e romano. - E tu chi si? e tu chi sei? - I' so d'Annunzie
Tu si' d'Annunzie! Gabbriele! Lo stupore spalancava la bocca del
piccolo fante. - E chi sti' fa' ècche. Vàttene! Vàttene. Si i'
me more, n'n è niente. Ma si tu te muore chi t'arrefà?".
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