D'Annunzio sullo SVA per Vienna
il 9 Agosto del 1918

Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

Viventi e ardenti ritornammo e ripartimmo. Per dove ripartimmo? Ripartimmo verso il Piave. Andrea Bafile non fu più veduto sorridere neppur da me, neppure quando gli versai la coppa dell'amicizia e gli profetai l'alta vendetta. Ma per lui non sorrise la morte? Non si dice che talvolta la morte sorrida riconoscendosi divinamente bella nel volto dell'eroe? Non ella sorrise davanti alla perfezione di quella fine senza parole? Prima di spirare, l'eroe pensò a me lontano e mi evocò. La sublime cicatrice delle sue labbra fu socchiusa dal mio nome, quasi senza soffio.

(Dal "Libro ascetico")

 

 

D'Annunzio scelse come residenza Venezia, prima all'Hotel Danieli; poco dopo preferì un appartamento ammobiliato sulle Zattere, all'imbocco del rio San Trovaso. Tre giorni dopo l'arrivo ottenne di essere assegnato alla missione di una flottiglia di siluranti, che "incrociò a sfida nelle acque di Pola". D'Annunzio ottenne di partecipare a un volo su Trieste per lanciarvi un manifesto che esortava la gente alla fiducia. L'anno successivo - prosegue l'Ulivi - gli venne affidato il comando di una squadriglia da combattimento, e quando, il 23 maggio, ebbe inizio l'azione della terza ammata, sotto la guida del duca d'Aosta, appoggiò i movimenti a terra con l'intervento in massa degli aerei. Era la prima volta che l'aviazione era usata come mezzo tattico e strategico, comprese le azioni a largo raggio, per colpire anche le retrovie e le industrie nemiche.

Aiutato dal figlio Veniero, che si era laureato in ingegneria in Svizzera, e dal costruttore Caproni, compilò un dettagliato rapporto al Comando supremo sull'uso dell'aviazione a quei fini; rapporto che non fu senza peso nell'ulteriore svolgimento della guerra. Il 23 maggio, sul Carso, furono infatti in azione oltre centotrenta apparecchi. Mentre muoveva con le truppe di fanteria all'assalto di quota 28, vide cadere al suo fianco l'amico maggiore Randaccio. In luglio, progettò ed eseguì una serie di incursioni aeree contro gli impianti militari di Pola. Prima di partire per l'ultima incursione, dal campo della Comida, ebbe l'idea di sostituire al grido rituale di battaglia "hip hip urrà" il classico "eia eia alalà" che sarebbe poi passato alle squadre fasciste.

Durante l'offensiva scatenata dalla Bainsizza al mare, intervenne in modo temerario attraverso il fuoco di sbarramento, con segni di proiettili in più punti, fori nella carlinga, e, una volta, una ferita al polso. Per merito di guerra, fu promosso maggiore e gli fu concessa la croce all'Ordine militare di Savoia. Progettato un volo su Cattaro, si recò a Gioia del Colle, da dove il volo ebbe inizio nella notte fra il 4 e il 5 ottobre 1917 arrivando con un gruppo di quattordici apparecchi alle Bocche di Cattaro, su cui avrebbero dovuto gettare tonnellate di esplosivo. In realtà la meta fu raggiunta solo da pochi. A d'Annunzio l'azione valse un'altra ricompensa militare. Scopo dell'impresa era soprattutto di provare la possibilità di voli a lungo raggio, in vista del consenso a un progetto a cui teneva e che per il momento il comando supremo non ritenne di accordagli: quello di un volo su Vienna.

LA BEFFA DI BUCCARI

Sopravvenne Caporetto; anche attraverso la tragedia, non mancò il reiterato intervento esortatorio e monitorio dannunziano. Subito dopo diede corso a un'altra idea bellica, quella che andrà sotto il nome di "Beffa di Buccari". Consisteva nella incursione da parte di tre motosiluranti nella baia di Buccari, nei pressi di Fiume, dove si trovavano ormeggiate navi da guerra austriache. Il percorso era di circa trecento miglia marittime, e le motosiluranti non disponevano della autonomia necessaria. Si doveva perciò rimorchiarle con un cacciatorpediniere; occorreva inoltre calcolare sulla sorveglianza nemica oltreché da mare da terra dovendosi svolgere l'azione in acque ristrette, difesa anche dalle installazioni terrestri. I tre motoscafi veloci, o motosiluranti, partirono il 10 febbraio 1918 dalla base di Venezia; l'imbarcazione su cui d'Annunzio si trovò come marinaio volontario era al comando del capitano di corvetta Luigi Rizzo. Le altre due motosiluranti al comando, rispettivamente del capitano di fregata Costanzo Ciano e del tenente di vascello Profeta Odoardo De Santis.

Il motto delle motosiluranti, o Mas, coniato durante il viaggio da d'Annunzio, fu "Memento audere semper" " "...Siamo un pugno d'uomini su tre piccoli scafi. Più dei motori possono i cuori. Più dei siluri possono le volontà. E il vero treppiede della mitragliatrice è lo spirito di sacrificio. Da poppa a prua, ordegni ed armi, vigilanza e silenzio; niente altro. La nostra notte è senza luna; e noi non invochiamo le stelle. V'è una sola costellazione per l'anima sola: la Buona Causa".

A notte, le tre imbarcazioni arrivarono in vista della costa istriana, e qui presero autonomia inoltrandosi nel golfo di Fiume fino alla imboccatura di Buccari. A quel punto furono sganciati i siluri mentre d'Annunzio gettava in mare un messaggio sigillato in tre bottiglie, di sfida alla "cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine la gloriuzza di Lissa". Dal punto di vista militare l'impresa non ebbe alcun esito, perché mancavano le navi da guerra; per di più i siluri s'impigliarono nelle reti di sbarramento della base austriaca. Fu colpito solo qualche mercantile all'ancora. Il risultato propagandistico fu però considerevole. D'Annunzio ebbe una nuova decorazione. Il 19 e il 20 febbraio il "Corriere della Sera" pubblicò il resoconto dannunziano della "beffa".

Nel volumetto che raccolse quelle annotazioni "in forma di giornale di bordo, seguivano i versi di una Canzone di Quarnaro:

Siamo trenta d'una sorte,
e trentuno con la morte.
Eia, l'ultima! Alalà.
Siamo trenta su tre gusci,
su tre tavole di ponte:
secco fegato, cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
e la morte a paro a paro.
Eia, carne del Carnaro!
Alalà!


IL VOLO SU VIENNA

Le sorti del progetto su Vienna maturarono. Dopo un collaudo della durata del volo degli apparecchi che doveva essere di una decina di ore l'impresa fu autorizzata, e all'alba dell'8 agosto 1918 undici aeroplani, uno dei quali adattato per poter accogliere anche d'Annunzio, decollarono dal campo di San Pelagio, presso Padova. La meta fu raggiunta da otto; tre, infatti, dovettero tornare indietro per motivi tecnici poco dopo la partenza, un quarto fu costretto ad atterrare in territorio austriaco. Su Vienna, d'Annunzio fece gettare pacchi di manifesti che recavano un suo messaggio e un altro gruppo di manifesti formulati da Ugo Ojetti, che in nome del comando italiano invitavano alla resa. D'Annunzio era sull'apparecchio pilotato da Natale Palli. Il viaggio di ritorno fu compiuto senza difficoltà, e alle 12.40 gli apparecchi erano di ritorno alla base dopo aver sorvolato Venezia, su cui d'Annunzio gettò un breve messaggio per dar conto del compimento dell'impresa. Com'ebbe poi a dichiarare aveva giocato il tutto per tutto; se fosse stato costretto ad atterrare, teneva pronta una scatoletta che "custodiva il segreto della tenebra". L'impresa era stata curata in tutti i particolari. L'eco fu grandissima su tutti i teatri della guerra. D'Annunzio fu proposto per un'altra, più importante onorificenza.

ANDREA BAFILE

Io ebbi un esemplar compagno della mia stirpe nato in una insigne città degli Abruzzi che fu nominata imperialmente dall'Aquila. I'ebbi nella mia vita di aviatore e di marinaio ma oggi l'ho tuttora nel cimitero dei marinai a Ca' Gamba e l'avrò domani all'ombra di Collemaggio e l'avrò per sempre nel mio sacrario interno le cui chiavi non potranno mai essere rinvenute da alcuno. Si chiamava Andrea Bafile. Nel trigesimo dell'impresa di Buccari il dì 11 marzo del 1918 sul Basso Piave mi dedicò la sua morte sublime. Questo eroe sobrio e taciturno non è più veduto sorridere dopo la sciagura di Caporetto. Pareva che il suo dolore virile gli avesse reciso intorno alle labbra tutti i muscoli gioiosi e gli avesse rifatto le strette labbra simili a una cicatrice che per chiudersi non aspettasse se non il gelido suggello. Quando l'avevo io veduto sorridere per l'ultima volta, laggiù nella Puglia piana nel campo destinato alla mia dipartita per le Bocche di Cattaro in guella Gioia del Colle che io rinominai Gioia della Vittoria. Vidi il suo ultimo sorriso di fratello minore a fratello maggiore quando gli diedi il carico di regolare sul campo le bussole dei miei apparecchi e quando per premio lo inscrissi in uno dei miei equipaggi preparati al viaggio senza ritorno. Ritornò con me. Tutti ritornammo.

Andrea Bafile, medaglia d'oro al valor militare nacque a Monticchio, frazione dell'Aquila. Frequentò l'Accademia Navale di Livorno e ne usci "guardiamarina". Nel 1913 ebbe una medaglia d'argento per aver salvato la nave "Quarto" da un incendio. Nella guerra contro l'Austria ottenne la medaglia di bronzo per aver organizzato una spedizione nelle Bocche di Cattaro. L'11 marzo 1918 riuscì ad oltrepassare il Piave con altri quattro marinai, ma nel riattraversare il fiume due giorni dopo, sul fronte di Basso sul Piave, fu scoperto e ucciso. Le sue spoglie mortali riposano ora in un sacrario scavato fra le rocce della Majella a Bocca di Valle, presso Guardiagrele.

Dall'alto in basso:

1 - La Beffa di Buccari;
2 - D'Annunzio con Natale Palli.