|
Gabriele fu messo a scuola da due mature sorelle, Ermenegilda e Adele Del Gado che tenevano un corso privato per insegnare ai bambini a leggere
e scrivere. A cinque anni cominciò a ricevere lezioni da Eliseo Morico. Seguì la scuola di Giovanni Sisti, mai dimenticato da d'Annunzio come attesta una sua affettuosa
lettera da Prato del 22 marzo 1877:
"Maestro mio, vi ricorderete che quando io era fanciulletto ancora,
voi e coi saggi consigli e con l'esempio educavate il mio cuore
a sentimenti nobili ed elevati come l'animo vostro... ebbene,
queste parole io le avrò sempre qui nel cuore e ve ne serberò
gratitudine eterna"
Nel 1874, in ottobre, superò da privatista, con la media del nove,
l'esame di ammissione presso il Liceo Ginnasio "G.B. Vico" di
Chieti. Finalmente un amico di Francesco Paolo, il colonnello
a riposo Francesco Ciccolini, che abitava a Firenze, suggerì di mandare il ragazzo in un istituto
rinomato, il Collegio Cicognini di Prato. Lì avrebbe imparato una migliore pronunzia dell'italiano.
E qui entrò il 1° novembre 1874, iscritto alla prima ginnasiale,
e vi rimase fino al 30 giugno 1881.
Il Poeta tornò nella sua città nel 1915, prima di partire per
la guerra:
"Le mura di Pescara, l'arco di mattone, la chiesa screpolata,
la piazza coi suoi alberi patiti, l'angolo della mia casa negletta.
È la piccola patria. È sensibile qua e là come la mia pelle. Si
ghiaccia in me, si scalda in me. Quel che è vecchio mi tocca,
quel che é nuovo mi repugna. La mia angoscia porta tutta la sua
gente e tutte le sue età. La mia porta mi sembra più piccola.
L'androne è umido e tacito come una cripta senza reliquie. Vacillo
sul primo gradino della scala. Ho spavento del silenzio. Ho paura
di vedere lassù le mie sorelle col capo velato. Un ragnatelo trema
nell'inferriata che dà su la corte. Odo chiocciare. Odo stridere
la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo
delle valanghe; mi curta, mi calca. Soffro la mia casa fino al
tetto, fino al colmigno, come se le avessi fatto le travature
con le mie ossa, come se l'avessi scialbata col mio pallore. Non
c'è nessuno in cima alla scala. Comprendo. Quel silenzio è pietà
e pudore. La sventura è su la seconda soglia, e sola mi accompagna
per mano".
(Dal "Notturno")
"Penso non so perché, al suono dell'antica mia voce quando, fanciullo,
sollevavo il coperchio ferrato del pozzo e, sporgendomi dalla
sponda di pietra solcata dalla corda, gittavo un grido verso il
fondo ove intravedevo il mio viso nell'acqua che luceva. Ho negli
occhi quel suono d'argento assordito, in cui tremava la levità
del capelvenere. Richiudevo il coperchio con cautela, perché l'urto
del ferramento non ricoprisse il mio grido segreto. E mi pareva
d aver imprigionato nel pozzo fresco e cupo qualcosa di vivo come
un uccello che seguitasse a svolazzare e a cantare sbattendo le
ali contro l'umido mattone. " (Dal "Notturno")
"La porta della stalla era aperta. Aquilino agonizzava su la paglia.
Mio padre era inginocchiato accanto al moribondo, tra il cocchiere
e il garzone che teneva la tazza della medicina e il cucchiaio
di bosso piagnucolando. Dallo sportello, stretti nello sbigottimento,
noi guardavamo senza piangere con un cuore serrato che non lasciava
passare né una goccia di sangue né una lacrima di dolore. Guardavamo
per la prima volta la morte, noi che non ci avevamo mai pensato
se non nella notte dopo Ognissanti per aspettare che ci portasse
i suoi doni. Scorgevo i moti convulsi delle zampe, e quella balzana
mi faceva più male; e il tremito del povero muso bianco mi faceva
ancor più male. Ma non piangevo; e solo dominavo la pena di tutt'e
cinque. Il garzone ruppe in singhiozzi. Ricacciai in gola i miei
con non so che sdegno. Vidi che le povere zampe s'erano stecchite.
Ci stringemmo ancor più e ci agghiacciammo insieme sotto quel
cielo di carrozza cupo, in quella luce fioca della rosta. E per
la prima volta con dieci occhi fissi guardavamo la morte. Ma io
ne serbavo per tutti l'impronta. Allora mio padre s'alzò, ripassò
la soglia, si soffermò volgendosi verso noi sbigottiti; e sul
silenzio gelido che avevo dentro il mio petto, egli disse, con
un accento che ora ho vivo ed esatto nell'orecchio e nell'anima:
"Gabriele"
|
|
|
|
O malinconia malinconia
di tanto lontano mi riporti
quel che già tanto mi pesò.
|
|
|
|
(Dal "Notturno") |
|