Gabriele d'Annunzio
Il Poeta in una foto di Olinto Cipollone.
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio
 

 

 

Maria Hardouin dei Duchi di Gallese, nata a Roma nel l864 e lì conosciuta dal poeta, innamoratasi di Gabriele d'Annunzio, fuggì con lui a diciannove anni. I due si sposarono il 28 luglio 1883 e andarono a vivere a Villa del Fuoco, alla periferia di Pescara, in una tenuta di Francesco Paolo d'Annunzio, dove nacque il loro primo figlio, Mario, il 13 gennaio 1884.

In una lettera all'amico Vittorio Pepe, del 1° febbraio 1884, d'Annunzio scriveva: "... Io ho un bimbo, un maschio, un bel maschio con due sterminati occhi azzurrognoli e con cinque capelli biondicci. È una cosa molle, rosea, calda, palpitante che a volte si muove tutta... Oh, la paternità! A lui ho messo nome Mario perchè mi sarebbe parsa una "posa" mettergli un nome ricercato."

Dal matrimonio nacquero anche Gabriele nel 1886 e, l'anno seguente, Veniero. La madre avrebbe voluto chiamarlo Ugo, ma d'Annunzio, che quando il figlio nacque era a Venezia, preferì un nome ispirato alla città lagunare: "Egli farà l'uomo di mare: e condurrà alla vittoria le navi della Patria. E il nome? Ci hai pensato? Veniero d'Annunzio mi piacerebbe: un nome di buon augurio per un ammiraglio in fieri... Il figliuolo porterà il fato nel nome, che è glorioso di gran gloria navale". Maria dimorò alternativamente a Roma e a Parigi, restando in ombra durante l'ascesa del poeta, dal quale si separò consensualmente il 18 maggio 1899.

Morì il 18 gennaio 1954 a Gardone Riviera, dove aveva raggiunto il marito, condividendo con lui, a rispettosa distanza, il ritiro del Vittoriale. Nel 1938, qualche tempo prima di morire d'Annunzio le scriveva: "Ti riconosco in tutto, ma sopra tutto nell'alta bontà. E sembra al mio giovane cuore che tu sia diventata anche più buona... Cara, cara, cara Maria mia... vorrei chiamarti mia dolce Malinconia tanto sei fiorita in ogni cespo del mio giardino...". Matilde Serao tracciò di lei un affettuoso ritratto: "Ella era sempre una figura delicata un poco fragile, un pastello del secolo decimottavo, una creatura di una grazia tranquilla, di un fascino sottile, rimasta, cioè, la damigella squisita, che nel suo aristocratico ambiente era un'imagine di poesia e che l'amore aveva rapita e travolta, in un ambiente che non era il suo, in cui ella viveva, sì, ma senza esserne penetrata, che ella ammirava, così sommariamente, poiché era quello di un uomo che ella amava, in un ambiente che, forse, la opprimeva ma contro cui ella non si ribellava, non protestava, creatura buona, in cui la sensibilità palpitante teneva luogo di quelle rudi virtù sociali, che sarebbero state necessarie alla moglie di un uomo, che sempre più saliva verso le celebrità e verso la gloria... Era forse inferiore all'ambiente artistico letterario, giornalistico, Donna Maria d'Annunzio? No, era diversa. Era un'altra cosa. Era di un'altra razza: non migliore, non peggiore: diversa".

I tre figli di d'Annunzio e Maria di Gallese ebbero storie differenti. Mario e Gabriele studiarono entrambi al Cicognini, come già il padre, ma con esiti assai meno lusinghieri dell'illustre genitore. Il primo conseguì poi il diploma di capitano di lungo corso all'Istituto Nautico di Livorno, ma senza, in seguito, mai imbarcarsi. Il secondo frequentò la scuola di recitazione di Luigi Rasi e interpretò con discreto successo alcuni ruoli in opere teatrali scritte dal padre; Veniero, si laureò in ingegneria al Politecnico di Zurigo. In seguito si occupò - riferisce il Cataldi - come disegnatore della fabbrica di automobili Isotta Fraschini e da quella Casa fu poi mandato a dirigere la rappresentanza negli Stati Uniti, dove prese la cittadinanza americana nel 1930. Dopo il matrimonio con Elena Nusperger di Berna, dalla quale nacque una figlia, Anna Maria, ebbe da un'altra donna, l'italo - americana Luigia Bertelli nel 1942, a New York, un figlio, che chiamò Gabriele. Quest'ultimo ha sposato Patrizia Dell'Acqua, mettendo al mondo Federico e Marcantonio che probabilmente costituiscono l'unica discendenza diretta del poeta con il nome d'Annunzio.

Negli ultimi mesi del '91 si stabilisce a Napoli dove conosce la contessa Maria Gravina. In questa alta società napoletana - scrive l'Ulivi - che lo ha accolto con tanta cordiale prontezza, il senso di un altro itinerario del suo destino e delle proprie possibilità latenti non tarda a venire, grazie alla frequentazioni di un salotto napoletano tra i più ambiti, quello di donna Maria Gravina Cruyllas, nata principessa di Ramacca. Il marito è il conte Guido Anguissola di San Damiano, capitano di artiglieria, hanno avuto tre tigli, ma i rapporti tra i coniugi non sono buoni, lei è trascurata dal consorte. La dama è bella; più che bella, imponente, di alta pretesa. Misura con la sguardo pieno di orgoglio; soppesa. Concede stima ai rappresentanti della cultura e, come tutte le mogli estraniate, coltiva i letterati. Accanto a lei, che è alta di statura, d'Annunzio dà verosimilmente l'impressione, raffinato, delicato, navigato qual'è, di aggirasi come il protagonista animato di un romanzo alla Bourget. Tutto il mondo letterario locale gli sta intorno a raggiera come ad autore riconosciuto di grande successo. Le amicizie non tardano a fiorire: nella redazione del "Corriere di Napoli", che è diretto da Scarfoglio e dalla Serao, avvicina Ruggiero Bonghi, Antonio Salandra, Raffaele de Cesare, Francesco Saverio Nitti, Benedetto Croce: diviene intimo di scrittori e poeti come Roberto Bracco, Salvatore Di Giacomo, Mario Giobbe.
Dalla relazione con Maria Gravina, che avrebbe soggiornato con d'Annunzio per qualche tempo al Villino Mammarella a Francavilla al Mare, nacque, il 9 gennaio 1893, Renata. Il poeta rimase molto legato alla figlia, chiamata a volte affettuosamente Cicciuzza. Il 18 ottobre 1899 le scriveva dalla villa "La capponcina" a Settignano:


"Cara figlioletta, non ti dimentico mai, il tuo ritratto è presso il mio capezzale quando dormo; è su la mia tavola quando lavoro"


Renata fu molto vicina al padre nel periodo in cui egli era convalescente a Venezia dopo l'incidente all'occhio del 1916 e fu lei che trascrisse e riordinò i cartigli del Notturno, redatti da d'Annunzio - che nel testo chiama Sirenetta la figlia - nel modo da egli stesso descritto:


"Ho gli occhi bendati. Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi.
Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v'è posata.
Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta. Sento con l'ultima falange del mignolo destro l'orlo di sotto e me ne servo come d'una guida per conservare la dirittura.
I gomiti sono fermi contro i miei fianchi. Cerco di dare al movimento delle mani una estrema leggerezza in modo che il loro giuoco non oltrepassi l'articolazione del polso, che nessun tremito si trasmetta al capo fasciato. Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egizio scolpito nel basalto.
La stanza è muta d'ogni luce. Scrivo nell'oscurità. Traccio i miei segni nella notte che è solida contro l'una e l'ltra coscia come un'asse inchiodata. Imparo un'arte nuova.
Quando la dura sentenza del medico mi rovesciò nel buio, m'assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro, quando il vento dell'azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d'un tratto esclusi dalla soglia nera, quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me, quando ebbi abbandonata la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi allibito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d'ingannare il medico severo senza trasgredire i suoi comandamenti. M'era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito, né m'era possibile vincere l'antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell'arte che non vuole intermediari o testimonii fra la materia e colui che la tratta. L'esperienza non è nella prima riga, ma nella seconda e nelle seguenti. Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato. Sorrisi d'un sorriso che nessuno vide nell'ombra quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto della stanza attigua, al lume d'una lampada bassa."
(Dal "Notturno")

1 - Maria Hardouin di Gallese fotografata dal conte Primoli;
2 - Il figlio Mario (1884);
3 - Il figlio Gabriellino (1886);
4 - Il figlio Veniero (1887);
5 - D'Annunzio con la Gravina, la figlia Renata e il suo traduttore francese Georges Hérelle a Francavilla nel villino Mammarella (foto O. Cipollone, Archivio Eredi Cipollone)