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Sala VIII - Vetrina dei calchi
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio |
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In una vetrina sono conservati i calchi del volto e della mano
di G. d'Annunzio, opera dell'artista Arrigo Minerbi (1). La maschera funeraria in cera fu plasmata direttamente sul
volto del Poeta poco dopo la sua morte, la notte del 1° marzo
1938, secondo il desiderio che d'Annunzio stesso aveva espresso
in vita all'amico Minerbi, suggerendogli anche i criteri da seguire
nella realizzazione: "Nel mio volto supino la lesione del tempo
e della vita a un tratto sarà cancellata: ridiventerò giovane
nel marmo del mio sepolcro" (2).

Anche il calco in gesso della mano destra del Poeta fu plasmato
direttamente sulla salma, poco dopo la morte. Ma leggiamo il racconto
dello stesso Minerbi: "Gabriele d'Annunzio è morto improvvisamente.
Ombre al cancello del Vittoriale e parlottare sommesso. Il cancello
si apre e si chiude dietro di me. I cortili deserti. La porticina
di clausura si apre quel tanto che basta a lasciar passare il
mio corpo. Gian Carlo Maroni mi viene incontro. Entro nell'irreale. Mi sommergo con lui nella
penombra di angusti corridoi da ipogeo egizio, striscio le mani
sui muri e non odo il mio passo.
Una svolta, un chiarore fioco... eccolo! È steso supino sul lettuccio
basso e nero. La sua testa di avorio giallo riposa sul guanciale
là dove poche ore prima posava la maschera del "Guidarello di Ravenna". Dove era l'impugnatura della grande spada, vedo due mani intrecciate
e legate ai polsi dai colori di Fiume.
Una pallida luce che sfiora appena le cose, fa brillare il segno
metallico del mutilato sull'azzurra divisa, e sulle mani l'oro
degli anelli. Mi scrollo, ritorno in me. Imploro a voce bassa.
- Allontaniamo il San Sebastiano, cambiamo le lampade, apriamo
le finestre, facciamo intorno a lui un po' di spazio, che io possa
lavorare. Ho nelle mie mani le sue mani. Levo il nastro che lascia
un segno ai polsi, e le disgiungo. La destra mi si abbandona morbida
e confidente. Cerco atteggiarla nell'atto di scrivere... mi ubbidisce
all'istante. Il pollice si appoggia lentamente all'indice e vi
aderisce. Vi aderisce tanto, che nel calco in gesso ne rimarrà
visibilmente I'impronta. Penso: certo l'abitudine di serrare la
penna ancora lo tiene! Il gesso liquido e freddo ricopre lentamente
il polso, le dita, la mano che ha scritto le "Laudi". Ora Gian Carlo Maroni è vicino a me. Debbo liberare il collo
del Comandante stretto nel colletto della divisa; devo aprirgli
la giacca sul petto... Con un cenno lo interrogo . Mi guarda,
mi risponde a voce bassa: - Fai tutto quello che devi.
Ho aperto la giacca sullo sterno, ho abbassato il colletto della
camicia. Guardo con stupore il largo petto da atleta e il collo
forte. Gli occhi sono chiusi, le ciglia brune, nitidissime e folte;
attraverso il velo delle palpebre sottili ritrovo il suo sguardo:
acuta, pungente la pupilla del sinistro, velata, priva di espressione,
sommersa quasi quella del destro ferito.
Per la ricostruzione mi basta. Non dimenticherò le sue parole:
"Nel mio volto supino la lesione del tempo e della vita a un tratto
sarà cancellata; ridiventerò giovane nel marmo del mio sepolcro."
Con ambo le mani, con fraterna tenerezza gli sollevo il capo.
Sul guanciale nero viene stesa una tela bianca. Sono le 4.30 del
mattino. Ho finito. Riparto. Tra poche ore, qui vi sarà folla:
la "fiera del morto". Nessun'altra visione deve sovrapporsi a
quella che porto meco nel cervello e nel cuore. Vorrei non tendere
la mano ad alcuno per non cancellare la sensazione plastica del
suo volto.
1939 Ho fatto quanto egli desiderava. Il suo volto riplasmato, ricomposto
non nel sonno della morte, ma nel quieto riposo dopo lunghe ore
di lavoro, è per sempre immune dagli anni dalle fatiche, dai patimenti.
Inutile affermare che in quest'opera non ho certo lusingata la
sua vanità di uomo. Ho semplicemente tolto dal suo volto quello
che il tempo aveva devastato. E la testimonianza degl'intimi e
di coloro che ebbero con lui dimestichezza hanno confortato la
mia fatica." (cfr. A. Minerbi, Op.cit.).
Ancora all'opera del Minerbi sono dedicati i pannelli didattici
che illustrano la tomba di Luisa d'Annunzio, situata nella vicina Cattedrale di S. Cetteo.
La realizzazione gli fu affidata dal d'Annunzio, che si attenne fedelmente ai criteri dettati dal Poeta come documenta
lo scambio epistolare intercorso tra i due, riportato sul pannello
illustrativo.
In una bacheca sono conservate alcune opere di G. d'Annunzio,
con illustrazioni di Adolfo De Carolis, Duilio Cambellotti e Giuseppe Cellini, tra cui particolarmente preziose le prime edizioni della Francesca da Rimini (1902), de La Figlia di Iorio (1904) e del vol. II delle Laudi (1904).
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(1) Arrigo Minerbi nasce a Ferrara nel 1881. Dopo aver frequentato
una scuola di Arti e Mestieri, a diciannove anni è a Firenze dove
lavorerà come stuccatore e decoratore e si accosterà allo studio
della scultura del 400. Successivamente si stabilisce a Genova
dove realizza fontane da giardini, e per la Villa Pastine a Monterosso
progetta un gigantesco Nettuno in cemento armato.
In seguito si trasferisce a Milano dove nel 1919 allestisce una
mostra personale nella Galleria Pesaro esponendo opere quali la
Vittoria del Piave, il Mattino di Primavera, Mia Madre e l'Autoritratto,
in cui oltre che a rivelare la profondità di sentimento, mostra
di aver raggiunto un'eccellente qualità nella tecnica scultorea.
Partecipa a numerose mostre ed esposizioni tra cui la Biennale
veneziana del 1932, dove espone il Cenacolo, gruppo in argento,
ispirato al plasticismo quattrocentesco, oggi nella Cattedrale
di Oslo. Nell'attività successiva realizzerà tra l'altro la tomba
Cusini al Monumentale di Milano, i busti di Battisti e Filzi per
il Castello di Trento e numerosi ritratti tra cui quelli della
Duse e di Previati, approdando ad un tipo di scultura di gusto
neoclassico e celebrativo. E' opera sua anche una delle porte
del Duomo di Milano. Muore nel 1961.
(2) Cfr. A. Minerbi, Sculture di Arrigo Minerbi. Pensieri, confessioni,
ricordi. Milano, s.d.
In quest'opera il Minerbi descrive i particolari della realizzazione:
"Ho aperto la giacca sullo sterno, ho abbassato il colletto della
camicia. Gli occhi sono chiusi, le ciglia brune, nitidissime e
folte; attraverso il velo delle palpebre sottili ritrovo il suo
sguardo
Per la ricostruzione mi basta
Con ambo le mani, con fraterna
tenerezza gli sollevo il capo. Sul guanciale nero viene stesa
una tela bianca. Sono le 4.30 del mattino. Ho finito. Riparto.
Tra poche ore, qui vi sarà folla: la "fiera del morto". Nessun'altra
visione deve sovrapporsi a quella che porto meco nel cervello
e nel cuore. Vorrei non tendere la mano ad alcuno per non cancellare
la sensazione plastica del suo volto".
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