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Antonio d'Annunzio
Archivio Museo Casa Natale
di Gabriele d'Annunzio |
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Dal matrimonio di Francesco Paolo d'Annunzio e Luisa de Benedictis, oltre a Gabriele, terzogenito, nacquero Anna, Elvira, Ernesta e Antonio. Anna, la maggiore, morta nel 1914, fu la prediletta del poeta,
che in una lettera del 1928 scrive: "Ebbi già una sorella di nome
Anna, a me dilettissima, creatura d'amore e di sacrificio, degna
di essere nominata la 'Aura Christi" per tutti partita fuorché
per la mia attenzione fedele.... Anna in me dice che tutto è fatto
presente dalla forza dell'amore! L'ombra diviene luce. Quel che
è lontano diviene prossimo. La separazione si converte in assiduità,
la morte culmina in vita suprema."
Per "Le tre sorelle" il poeta scrisse in "Laus Vitae":
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"... o sorelle, tre come le porte del tempio
tre come il trifoglio dei paschi,
tre come le càriti leni, la prima dai floridi ricci
salubre qual cespo di menta
in docile rio, la seconda a me simigliante nel volto
ma quasi d'un velo soffusa
argenteo sì ch'io mi creda
specchiarmi in sul fare dell'alba
a un fonte di acque serene,
la terza dagli occhi bovini
robusta qual fu giovinetta
la figlia di Rea, della madre
sostegno ridente, o mie dolci
sorelle, io non vi obliai
e di me voi favellate
nel vespero forse, dal tetto
arguto di nidi guardando
verso l'Adriatico Mare ..." (Da "Maia") |
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Da Prato il giovane Gabriele inviò alla sorella Ernesta una scherzosa
lettera:
- Mia carissima Pic-Pic
Si vede che le mie continue ammonizioni e le mie tremende minacce
hanno fatto il loro effetto, perché tu mi hai scritta una bella
letterina proprio degna di una ragazzina buona e istruitina come
sei tu. Ma Pac-Pac non si fa viva!. . . Pac-Pac ha troppo da fare;
Pac-Pac ha paura di sprecar la carta e l'inchiostro. Pazienza!.
Io voglio che tu, Ernestina mia, mi scriva spesso perché quelle
letterine mi danno un gusto da non ridire e sono scritte con garbo
veramente mirabile.
Sai che io ti voglio bene assai assai? Ti ricordi quando leticavamo?
Ti ricordi quando ti chiudevo nella mia camera all'ora di pranzo?
Ti ricordi quando ti raccontavo quelle novellette che ti facevano
ridere come una pazza?... Addio, sorellina cara; non mi fido di
andare più avanti, perché ho studiato in tutta la giornata e mi
duole la spina dorsale Addio bacia la mamma, il babbo, le zie,
le sorelle, il fratellino, e la nonna, ed abbiti un abbraccio
dal tuo Gabriele
Anna, Elvira ed Ernesta avrebbero sposato, rispettivamente, Nicola De Marinis, Michele Luise e Antonino Liberi.
Il fratello Antonio ebbe vocazione per la musica, ma non conseguì un regolare diploma
e, lontano dall'Italia, negli Stati Uniti, visse dando lezioni
di pianoforte e suonando in un'orchestra.
Il poeta si rivolgeva a lui così in una lettera da Pescara scritta
la domenica delle Palme del 1910, il 20 marzo:
Caro Antoniuccio dopo cinque anni sono tornato nella nostra uecchia
casa e ho riveduto la nostra mamma adorata. Non so dirti la mia
gioia e anche la mia malinconia. La mamma sta bene mi sembra ma
è un po' debole di nervi; ...si lamenta di ricevere troppo raramente
le tue notizie. Ho visto con profonda commozione il tuo ritratto
- che molto mi somiglia - e quello della tua sposa gentile e quello
del tuo figliolo sano e grazioso. Che fai? A che lavori? Quante
volte sono stato tentato di venire a riabbracciarti!... La nostra
vecchia casa è immutata. Ho dormito nel tuo letto. Ho visto da
per tutto le tue memorie. La mamma non desidera se non di rivederti...
Abbiamo parlato tanto di te. Il tuo spirito musicale rifiorisce
su Pescara... Stasera si darà il primo concerto nel teatro ricostruito
e ampliato, dove speriamo di applaudire la tua Operetta... Invidio
te che sei ormai nel porto, e nella pace laboriosa. Tutti con
me ti abbracciano teneramente. Il tuo sempre Gabriele
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Nella foto in alto: un gruppo di parenti in una foto del 1914.
Da sinistra, in piedi: Nicola De Marinis, Marietta Camerlengo,
Luisa Luise (figlia di Elvira), Marina De Marinis (figlia di Anna),
Emilia Luise (figlia di Elvira), Maria Luise (figlia di Elvira),
Lello Simoncelli; seduti: sulla poltrona, Donna Luisa, Elvira
Luise, Nadina Liberi; seduto a terra: Renato De Marinis. |
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MARIA CAMERLENGO
Nata nel 1882 in una contrada alle porte di Pescara, in un'avita
fattoria della famiglia d'Annunzio, aveva nove anni quando venne
dalla campagna di Villa del Fuoco nella casa sul corso Manthonè, per compiervi piccoli servigi. Si chiamava Maria come la maggior
parte delle donne abruzzesi, ma, essendo così piccola, diventava,
per l'affetto, Marietta. D'Annunzio, a un anno dalla morte della
madre, il 15 giugno 1918 le scriveva da Venezia con affetto:
"Mia cara Marietta, penso al 21 di giugno (onomastico di Donna
Luisa). Non ho mai un minuto di tregua, nel mio lavoro di guerra.
Qui ogni giorno l'Imagine è adorna di fiori. Venerdì portane un
gran fascio per me sopra la tomba dove il mio amore è sempre inginocchiato.
Penso al monumento funebre. Uno scultore di grande ingegno sta
gia modellando le cariatidi. Manderò presto i disegni all'Ingegnere.
Grazie di tutto quello che fai. Gabriele d'Annunzio."
In altre lettere il poeta si rivolgeva a Marietta con parole ricche
di tenerezza:
Cara povera Maria,... forse tu hai nella tua semplicità il modo
miracoloso di comprendermi: forse. Hai riempito di fiori la stanza
dove io nacqui, dov'ella spirò. Io rimuoio ed ella rinasce; ed
entrambi viviamo... Ti ricordi quando alfine venisti al Vittoriale?
Piangevamo e ridevamo al tempo medesimo, parlando degli anni remoti.
Quanto rilucevano le tue lacrime! Me ne ricordo sempre... La tua
solita saggezza... Mi sarebbe dolce piangere nuovamente accanto
a te.
Gabriele d'Annunzio.
La Camerlengo era nota a tutti i letterati, giornalisti, artisti,
stranieri e visitatori di ogni genere che venivano a conoscere
i pochi cimeli rimasti nelle stanze ormai quasi vuote; ed essa
paziente, gentile e sorridente, sebbene claudicante, li accompagnava
nel giro d'ispezione.
Analfabeta - ricorda il Vecchioni - si faceva leggere le opere
di "Don Gabriele" e, abituata a ricevere scrittori e giornalisti,
aveva imparato a esprimere giudizi, su "La Nave" o su "La figlia
di lorio" o su "Alcyone" e, desiderosa di alzare la chiave dello
stile, essa che parlava sempre in dialetto, usava dire "Tragedia
adriatica", "Dramma pastorale" e "Odi alcionie". Durante il periodo
di sfollamento la casa d'Annunzio era stata letteralmente svaligiata,
e i razziatori avevano portato via perfino il letto d'ottone di
Donna Luisa. Marietta era però riuscita a mettere in salvo numerosi
quadri e oggetti, tra i quali il caldano di ottone della camera
di Donna Luisa d'Annunzio. Maria Camerlengo morì tra le braccia
del figlio adottivo Bruno Di Carmine nel 1955.
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